Quest'uomo che accompagna il viaggiatore è tra i sessanta e i settant'anni. Lavora qui fin da ragazzo, e il platano che adesso sta facendo ombra a tutti e due l'ha piantato proprio lui. «Quanti anni fa?», domanda il viaggiatore. «Quaranta». Domani l'uomo morirà. Il platano è ancora giovane: se non l'attaccherà la malaria né vi si abbatterà sopra un fulmine, ne avrà per cent'anni. Accipicchia, com'è resistente la vita. «Quando io morirò, rimarrà lui», dice l'uomo. Il platano lo sente, ma fa finta di niente. Davanti agli estranei non parla, è un principio che seguono tutti gli alberi, ma quando il viaggiatore se ne sarà andato dirà: «Non voglio che tu muoia, papà». E se al viaggiatore domandano come lo sa, risponde che lui di conversazioni con gli alberi è uno specialista.
Il platano figlio
Autobiografie erranti
Credo che tutte le parole che pronunciamo, tutti i movimenti e i gesti che compiamo o abbozziamo, presi a uno a uno o nel loro insieme, possano essere intesi come parti slegate di un’autobiografia non intenzionale che, sebbene involontaria, o proprio per questo, non sarebbe meno sincera e verace del più minuzioso dei racconti di una vita trascritta sulla carta. Questa convinzione che tutto quel che diciamo e facciamo nel corso del tempo, pur sembrando sprovvisto di significato e importanza, è, e non può non essere, espressione biografica, mi ha portato un giorno a suggerire, con serietà maggiore di quanto possa sembrare a prima vista, che tutti gli esseri umani dovrebbero raccontare per iscritto le loro vite, e che queste migliaia di milioni di volumi quando cominciassero a non entrare più sulla Terra, verrebbero portati sulla Luna. Ciò significherebbe che la grande, l’enorme, la gigantesca, la smisurata, l’immensa biblioteca dell’umano esistere dovrebbe essere divisa dapprima in due parti, e poi, con il passare del tempo, in tre, in quattro, o anche in nove, supponendo che nei restanti otto pianeti del sistema solare vi siano condizioni ambientali così favorevoli da rispettare la fragilità della carta. Immagino che i racconti di quelle molte vite che, essendo semplici e modeste, entrerebbero in appena mezza dozzina di fogli, o forse meno, sarebbero spediti su Plutone, il più distante dei figli del Sole, meta di sicuro raramente ambita dai ricercatori.
Al momento di stabilire e definire i criteri di composizione di tali «biblioteche», sorgerebbero certamente problemi e dubbi. Sarebbe fuori discussione, per esempio, che opere come i diari di Amiel, di Kafka o di Virginia Woolf, la biografia di Samuel Johnson, l’autobiografia di Cellini, le memorie di Casanova o le confessioni di Rousseau, al pari di tante altre di analoga importanza umana e letteraria, restassero nel pianeta dove sono state scritte a testimonianza del passaggio in questo mondo di uomini e donne che, buone o cattive le ragioni per cui sono vissuti, hanno lasciato un segno, una presenza, un’influenza che, essendo perdurati fino a oggi, continueranno a marcare le generazioni future. I problemi sopraggiungerebbero allorché sulla scelta di quel che dovrebbe restare o essere inviato nello spazio esterno cominciassero a riflettersi le valutazioni soggettive, i preconcetti, i timori, i rancori antichi o recenti, i perdoni impossibili, le giustificazioni tardive, tutto quel che nella vita è paura, disperazione e angoscia, insomma, la natura umana. Credo che, in fin dei conti, la cosa migliore sia lasciare le cose come stanno. Come la maggior parte delle idee migliori, anche questa mia è impraticabile. Pazienza.
Dialogo tra giosuè e il signore
Eccomi, signore, fammi sapere la tua volontà, Suppongo che l’idea che ti è nata nella testa, disse il signore che stava nell’arca, è quella di chiedermi di fermare il sole, Infatti, signore, perché non sfugga nessun amorreo, Non posso fare ciò che mi chiedi. Un subitaneo stupore fece aprire la bocca a giosuè, Non puoi far fermare il sole, domandò, e la voce gli tremava perché credeva di pronunciare, proprio lui, una terribile eresia, Non posso far fermare il sole perché è già fermo, lo è sempre stato da quando l’ho messo in quel posto, Tu sei il signore, tu non puoi equivocarti, ma non è questo ciò che i miei occhi vedono, il sole nasce da quel lato, si muove per tutto il giorno nel cielo e scompare nel lato opposto fino a tornare il mattino seguente, Qualcosa si muove realmente, ma non è il sole, è la terra, La terra sta ferma, signore, disse giosuè con voce tesa, disperata, No, amico, i tuoi occhi ti illudono, la terra si muove, compie dei giri su se stessa e continua a roteare nello spazio intorno al sole, Allora, se è così, fai fermare la terra, che sia il sole a fermarsi o che si fermi la terra, per me è indifferente purché possa farla finita con gli amorrei, Se facessi fermare la terra, non finirebbero solo gli amorrei, finirebbe il mondo, finirebbe l’umanità, finirebbe tutto, tutti gli esseri e le cose che vi si trovano, e persino molti alberi, nonostante le radici che li tengono aggrappati al terreno, tutto verrebbe scagliato verso l’esterno come un sasso quando lo liberi dalla fionda, Pensavo che il funzionamento della macchina del mondo dipendesse soltanto dalla tua volontà, signore, Ormai fin troppo la sto esercitando, e altri in mio nome, ecco perché c’è tanto malcontento, gente che mi ha voltato le spalle, e alcuni che arrivano al punto di negare la mia esistenza, Castigali, Sono fuori dalla mia legge, fuori dalla mia portata, non posso toccarli, la vita di un dio non è poi tanto facile come credete, un dio non è signore di quel continuo voglio, posso e comando che s’immagina, e non sempre si può andare diritto agli scopi, c’è da aggirarli, vero è che ho messo un segno sulla fronte di caino, non l’hai mai visto, non sai chi sia, ma la cosa incomprensibile è che non abbia potere sufficiente per impedirgli di andare dovunque la sua volontà lo conduca e di fare ciò che ritenga meglio, E noi, qui, domandò giosuè, con l’idea sempre fissa sugli amorrei, Farai ciò che avevi pensato, non ti ruberò la gloria di rivolgerti direttamente a dio, E tu, signore, Io spazzerò il cielo dalle nuvole che in questo momento lo coprono, questo posso farlo senza alcuna difficoltà, ma la battaglia dovrai essere tu a vincerla, Se tu ci darai incoraggiamento sarà conclusa prima che il sole tramonti, Farò il possibile, giacché l’impossibile non si può. Prendendo queste parole come un commiato, giosuè si alzò dallo sgabello, ma il signore disse ancora, Non parlerai a nessuno di quanto si è trattato qui fra noi, la storia che verrà raccontata in futuro dovrà essere la nostra e non altra, giosuè chiese al signore di trattenere il sole e così egli fece, nient’altro, La mia bocca non si aprirà se non per confermarla, signore, Vai e distruggimi questi amorrei. Giosuè tornò dal suo esercito, salì su una collina e di nuovo alzò le braccia, O signore, gridò, o dio del cielo, del mondo e di israele, ti imploro di sospendere il movimento del sole verso l’occaso affinchè la tua volontà possa compiersi senza ostacoli, dammi un’ora di luce in più, un’ora sola, non sia mai che gli amorrei si nascondano come i codardi che sono e i tuoi soldati non riescano a scovarli nel buio per compiere la tua giustizia, togliendo loro la vita. In risposta, la voce di dio tuonò nel cielo ormai spazzato dalle nuvole terrorizzando gli amorrei ed esaltando gli israeliti, Il sole non si muoverà dal punto in cui si trova per essere testimone della battaglia degli israeliti per la terra promessa, e tu, giosuè, vinci questi cinque re amorrei che mi sfidano, e canaan sarà il frutto maturo che ben presto ti cadrà fra le mani, avanti, dunque, e che nessun amorreo sopravviva al fil di spada degli israeliti. C’è chi dice che la supplica di giosuè al signore fu più semplice, più diretta, che lui si limitò a dire, Sole, fermati su ghibeon, e tu, o luna, fermati sulla valle di aialon, il che mostra che giosuè ammetteva di dover combattere anche dopo il tramonto del sole e non più che una pallida luna a guidare la punta della spada e della lancia verso la gola degli amorrei. La versione è interessante, ma non viene a modificare affatto l’essenziale, cioè, che gli amorrei furono sbaragliati su tutta la linea e che i crediti della vittoria furono tutti per il signore, che avendo fatto fermare il sole, non ebbe bisogno di aspettare la luna. A ciascuno il suo, com’è giusto. Ecco quanto fu scritto in un libro chiamato del giusto, che attualmente nessuno sa dove sia andato a finire. Per quasi un intero giorno, il sole stette immobile lì, in mezzo al cielo, senza alcuna fretta di scomparire all’orizzonte, mai, né prima né dopo, vi fu un giorno come quello, in cui il signore, giacché combatteva per israele, diede ascolto alla voce di un uomo.
Dell'impossibilità di questo ritratto
Che ritratto di se stesso dipingerebbe Fernando Pessoa se, invece che poeta, fosse stato pittore, e di ritratti? Messo davanti allo specchio, o di mezzo profilo, deviando lo sguardo a tre quarti, come chi, nascondendosi, spia se stesso, che volto sceglierebbe e per quanto tempo ? Il suo, diverso secondo le età, somigliante a ciascuna delle fotografie che di lui conosciamo, o anche quello delle immagini non fissate, successive tra la nascita e la morte, tutti i pomeriggi, le sere e le mattine, a iniziare nel Largo di São Carlos per finire nell’Ospedale di São Luís? Quello di un Álvaro de Campos, ingegnere navale laureato a Glasgow? Quello di Alberto Caeiro, senza professione né istruzione, morto di tubercolosi nel fiore degli anni? Quello di Ricardo Reis, medico espatriato di cui si sono perse le tracce, malgrado alcune notizie recenti, ovviamente apocrife? Quello di Bernardo Soares, aiuto contabile nella Baixa lisboneta? O un altro qualunque, il Guedes, il Mora, quegli innumerevoli, certi, probabili e possibili tante volte invocati? Si ritrarrebbe con il cappello in testa? Con la gamba accavallata? Con la sigaretta fra le dita? Con gli occhiali? Con l’impermeabile indosso o sulle spalle? Userebbe un travestimento, cancellando per esempio i baffi e scoprendo la pelle soggiacente, all’improvviso nuda, all’improvviso fredda? Si circonderebbe di simboli, di cifre della cabala, di segni dell’oroscopo, di gabbiani nel Tago, di moli di pietra, di corvi tradotti dall’inglese, di cavalli azzurri e jockey gialli, di tumuli premonitori? O, al contrario di queste eloquenze, resterebbe seduto davanti al cavalletto, alla tela bianca, incapace di alzare un braccio per attaccarla o difendersene, in attesa di un altro pittore che andasse lì a tentare il ritratto impossibile. Di chi? Di che?
Di una persona che si chiamava Fernando Pessoa comincia a trovare giustificazione che si dica quel che di Camoes ormai è appurato. Diecimila raffigurazioni, disegnate, dipinte, modellate o scolpite, hanno finito per rendere invisibile Luís Vaz. Quel che di lui ancora permane è ciò che ne avanza: una palpebra chiusa, una barba, una corona d’alloro. E facile vedere come anche Fernando Pessoa sia sulla strada dell’invisibilità, e, tenendo conto dell’attuale moltiplicazione delle sue immagini, provocata da appetiti sovreccitati di rappresentazione e facilitata da un dominio generalizzato delle tecniche, l’uomo degli eteronimi, ormai volontariamente confuso nelle creature che ha prodotto, entrerà nel nero assoluto in assai meno tempo dell’altro da una faccia sola, ma dalle voci anch’esse non poche. Sarà forse questo, chissà, il perfetto destino dei poeti, di perdere cioè la sostanza di un contorno, di uno sguardo usurato, di una ruga sulla pelle, e dissolversi nello spazio, nel tempo, sparendo fra le righe che sono riusciti a scrivere: se del volto senza lineamenti né contorni qualcosa viene ancora a intromettersi, è garantito il giorno in cui persino quel poco sarà definitivamente cancellato. Il poeta non sarà più che memoria fusa nelle memorie, perché un adolescente possa dirci che possiede in sé tutti i sogni del mondo, come se avere sogni e dichiararlo fosse una sua invenzione primaria. Motivi ce n’è per pensare che la lingua sia, tutta, un’opera di poesia.
Il pittore, intanto, continua a dipingere il ritratto di Fernando Pessoa. È all’inizio, non si sa ancora che volto abbia scelto, quel che si può vedere è una leggerissima pennellata di verde, magari ne verrà fuori un cane di quel colore da mettere in congiunzione con un jockey giallo e un cavallo azzurro, a meno che il verde sia solo il risultato fisico e chimico del fatto che il jockey è in groppa al cavallo, com’è sua professione e piacere. Ma il grande dubbio del pittore non riguarda i colori che dovrà impiegare, una difficoltà che hanno già risolto una volta per tutte gli impressionisti, solo gli uomini antichi, quelli precedenti, non sapevano che in ogni cosa i colori ci sono tutti: il grande dubbio del pittore è se dovrà assumere un atteggiamento riverente o un atteggiamento irriverente, se dipingerà questa vergine come San Luca dipinse l’altra, in ginocchio, o se tratterà quest’uomo come un poveretto triste che fu davvero ridicolo per tutte le cameriere d’albergo e scrisse lettere d’amore ridicole, e se anche lui, autorizzato così dall’interessato, potrà ridere dipingendolo. La pennellata verde, per il momento, è solo la gamba del jockey giallo al di qua del cavallo azzurro. Finché il maestro non darà la battuta, la musica non irromperà, languida e triste, né l’uomo del negozio comincerà a sorridere tra i ricordi d’infanzia del pittore. C’è una sorta di ambiguità innocente in questa gamba verde, capace di trasformarsi in un cane verde. Il pittore si lascia condurre dall’associazione di idee, per lui gambe e cane sono diventati meri eteronimi del verde, cose ben più incredibili di questa sono state possibili, non c’è da stupirsi. Nessuno sa cosa passa nella testa del pittore mentre dipinge.
Il ritratto è pronto, andrà ad aggiungersi alle diecimila raffigurazioni che lo hanno preceduto. E una genuflessione devota, è una risata di scherno, tant’è, ciascuno di questi colori, ciascuno di questi tratti, sovrapponendosi l’uno all’altro, avvicina il momento dell’invisibilità, quel nero totale che non rifletterà alcuna luce, neppure la luce sfolgorante del sole, che mai potrebbe fare allora al breve scintillio di uno sguardo, se non spegnersi tanto presto. Tra la riverenza e l’irriverenza, in un punto indeterminato, ci sarà, forse, l’uomo che Fernando Pessoa è stato. Forse, perché neppure questo è sicuro. Albert Camus non ci pensò due volte quando scrisse: «Se qualcuno vuole essere riconosciuto, basta che dica chi è». Nella generalità dei casi, il massimo cui arriva chi osa proporsi a una tale avventura è pronunciare il nome che gli hanno messo all’anagrafe.
Fernando Pessoa, probabilmente, neanche tanto. Ormai non gli bastava più essere al tempo stesso Caeiro e Reis, cumulativamente Campos e Soares, ora che non è poeta, ma pittore, e farà il proprio autoritratto, che volto dipingerà, con che nome firmerà il quadro, nel suo angolo sinistro, o nel destro, perché tutta la pittura è specchio, di che cosa, di chi, per che cosa? Finalmente il braccio si solleva, la mano stringe una sottile asticella di legno, da lontano diremmo che è un pennello, ma ci sono motivi per diffidare: sopra non c’è un po’ di verde, o di azzurro, o di giallo, non si vede alcun colore, alcuna tinta, questo è il nero assoluto con cui Fernando Pessoa, con le sue stesse mani, si renderà invisibile.
Ma i pittori continueranno a dipingere.
Il miracolo
Vostra paternità vuole parlare con me, domandò, Infatti, figliolo mio, rispose il visitatore mettendo in queste tre parole tutte le riserve di unzione di cui poteva disporre, Allora dica pure, padre, Tu sei cristiano, fu la domanda, Sono stato battezzato, ma dal colore della mia pelle e dai miei lineamenti, vostra paternità avrà già visto che non sono di qua, Sì, suppongo che tu sia indiano, ma ciò non è d’impedimento che sia un buon cristiano, Non sarò io a dirlo, giacché ho capito che elogio in bocca propria è vituperio, Sono qui per farti una richiesta, ma prima voglio che mi dica se il tuo elefante è di quelli ammaestrati, Ammaestrato, quello che si dice ammaestrato, nel senso di possedere un certo numero di abilità da circo, non lo è, ma di solito si comporta con la dignità di un elefante che si rispetti, Sarai capace di farlo inginocchiare, foss’anche con una gamba sola, Sappia vostra paternità che non ho mai provato, ma ho osservato che solimano si inginocchia motu proprio quando vuole sdraiarsi, quello però di cui non posso avere la certezza è che lo faccia se glielo ordino, Puoi provare, Sappia vostra paternità che l’occasione non è la migliore, la mattina solimano è quasi sempre mal disposto, Posso tornare più tardi, se lo ritieni conveniente, quello che mi porta qui non è cosa impellente, sebbene converrebbe assai agli interessi della basilica che avvenisse oggi, prima che sua altezza l’arciduca d’austria partisse per il nord, Avvenisse oggi, che cosa, se non sono troppo ardito a domandarlo, Il miracolo, disse il prete congiungendo le mani, Che miracolo, domandò il cornac mentre sentiva la testa girargli, Se l’elefante andasse a inginocchiarsi alla porta della basilica, non ti sembra che sarebbe un miracolo, uno dei grandi miracoli della nostra epoca, domandò il sacerdote congiungendo di nuovo le mani, Io non so niente di miracoli, nella mia terra, laggiù dove sono nato, non ce n’è sin da quando il mondo fu creato, immagino che tutta la creazione sarà stata un miracolo continuo, ma poi sono finiti, Ora sì, vedo che in definitiva non sei un buon cristiano, Che lo decida vostra paternità, a me hanno dato un impiastricciamento di cristianesimo e battezzato lo sono, ma forse si coglie ancora quello che c’è sotto, E cos’è che c’è sotto, Ganesha, per esempio, il dio elefante, quello lì che sta scuotendo le orecchie, e ora vostra paternità mi vorrà domandare come faccio a sapere che l’elefante solimano è un dio, e io risponderò che se c’è, come c’è, un dio elefante, potrà essere tanto quello come qualsiasi altro, Per ciò che ancora mi aspetto da te, ti perdono le blasfemie, ma, quando sarà tutto terminato, dovrai confessarti, E che si aspetta vostra paternità da me, Che tu conduca l’elefante alla porta della basilica e lo faccia inginocchiare, Non so se ne sarò capace, Provaci, Immagini vostra paternità che io conduca l’elefante fin là e lui si rifiuti di inginocchiarsi, anche se non me ne intendo molto di questi argomenti, suppongo che peggio di un miracolo che non c’è sia ritrovarsi con un miracolo fallito, Non sarà mai fallito se ne resteranno dei testimoni, E chi saranno questi testimoni, In primo luogo, tutta la comunità religiosa della basilica e quanti cristiani disponibili riusciremo a riunire all’entrata del tempio, in secondo luogo, la voce pubblica che, come sappiamo, è capace di giurare ciò che non ha visto e affermare ciò che non sa, Incluso credere in miracoli che non sono mai esistiti, domandò il cornac, Sono questi i più gustosi, si fatica a prepararli, ma lo sforzo che richiedono in genere è compensato, e inoltre, solleviamo da maggiori responsabilità i nostri santi, E quelle di dio, Dio non lo importuniamo mai perché faccia un miracolo, bisogna rispettare la gerarchia, al massimo ricorriamo alla vergine, che pure è dotata di talenti taumaturgici, Mi parrebbe, disse il cornac, che nella vostra chiesa gira molto cinismo, Forse, ma, se ti parlo con tanta franchezza, rispose il sacerdote, è per farti capire che abbiamo davvero necessità di questo miracolo, questo o qualche altro, Perché, Perché luterò, nonostante sia morto, sta causando grande pregiudizio alla nostra santa religione, tutto quanto possa aiutarci a ridurre gli effetti della predicazione protestante sarà benvenuto, rammenta che soltanto poco più di trent’anni fa sono state affisse le sue nefande tesi alle porte della chiesa del castello di wittenberg e già il protestantesimo sta dilagando come un’inondazione in tutta l’europa, Io non so niente di quelle tesi, o quel che sono, Né c’è bisogno che tu lo sappia, basta che abbia fede, Fede in dio, o nel mio elefante, domandò il cornac, In entrambi, rispose il prete, E quanto ci guadagnerò con questo, Alla chiesa non si chiede, si dà, In tal caso, vostra paternità dovrebbe parlare piuttosto con l’elefante, visto che solo da lui dipenderà il buon risultato dell’operazione miracolosa, Hai una lingua sfrontata, attento a non perderla, Che cosa mi accadrà se porterò l’elefante alla porta della basilica e lui non si inginocchierà, Niente, a meno che noi non si sospetti che sia colpa tua, E se cosi fosse, Avresti forti motivi per pentirtene. Il cornac trovò più conveniente arrendersi, A che ora desidera vostra paternità che porti l’animale, domandò, Ti voglio là a mezzogiorno in punto, non un minuto dopo, E io spero che il tempo mi basti per far entrare in testa a solimano che dovrà inginocchiarsi ai piedi delle vostre paternità, Non ai nostri, che noi siamo indegni, ma del nostro sant’antonio, e con queste pie parole il prete si ritirò per riferire ai superiori sui risultati dell’evangelico approccio, Ma ci sono speranze, gli domandarono, Le migliori, anche se siamo nelle mani dell’elefante, Un elefante non è un cavallo, non ha mani, È un modo di dire, come a significare, per esempio, che siamo nelle mani di dio, Con la grande differenza che siamo, effettivamente, nelle mani di dio, Lodato sia il suo nome, Sempre sia lodato, ma, tornando al dunque, perché mai saremmo nelle mani dell’elefante, Perché non sappiamo che cosa farà quando si troverà davanti alla porta della basilica, Farà ciò che gli ordinerà il cornac, a questo serve l’insegnamento, Confidiamo nella benevolente comprensione divina dei fatti di questo mondo, se dio, come supponiamo, vuole essere servito, converrà che dia un aiuto ai suoi stessi miracoli, quelli che meglio parleranno della sua gloria, Fratelli, la fede può tutto, dio opererà in ciò che manchi, Amen, vociferò in coro la congregazione sacerdotale, preparandosi mentalmente l’arsenale di preghiere coadiuvanti.
I nostri occhi sono riusciti a capire
Il tempo, a volte, sembra che non passi, è come una rondine che fa il nido sulla grondaia, esce ed entra, va e viene, ma sempre sotto i nostri occhi, potremo pensare, noi e lei, di potercene rimanere così per l'eternità, o almeno per mezza eternità, che già non sarebbe male. Ma, d'improvviso, c'era e non c'è più, l'ho vista proprio ora, dov'è andata a finire, e se abbiamo a portata di mano uno specchio, Gesù com'è passato il tempo, come sono invecchiato, ancora ieri ero il fiore del rione, e oggi niente più rione né fiore. Baltasar non ha specchi, se non questi nostri occhi che lo guardano scendere per la strada fangosa verso il paese e son loro che dicono, Hai la barba piena di peli bianchi, Baltasar, hai la fronte carica di rughe, Baltasar, hai il collo raggrinzito, Baltasar, già ti si curvano le spalle, Baltasar, non sembri più neache lo stesso uomo, Baltasar, ma questo è certamente difetto degli occhi che usiamo, perché proprio ora si fa avanti una donna e dove noi vedevamo un uomo vecchio, lei vede un uomo giovane, il soldato a cui domandò un giorno, Come ti chiami, o forse non vede neanche quello, ma quest'uomo che sta scendendo, sporco, coi capelli bianchi e monco, Sette-Soli di soprannome, se una tale stanchezza se lo merita, ma è un costante sole per questa donna, non perché brilli sempre, ma perché esiste tanto, nascosto da nuvole, soffocato da eclissi, ma vivo, Santo Dio, e gli apre le braccia, chi, le apre lui a lei, le apre lei a lui, tutti e due, sono lo scandalo di Mafra, stringersi l'uno all'altra così in pubblico, e con l'età che hanno, sarà forse perché non hanno mai avuto figli, forse perché si vedono più giovani di quel che sono, poveri ciechi, o magari sono proprio loro gli unici esseri umani che, come sono si vedono, è questo il modo più difficile di vedere, ora che sono insieme perfino i nostri occhi sono riusciti a capire che sono diventati belli.
Nel futuro potere dei libri
Il nibbio
C’è chi viaggia in treno, scende a Sào Toreato, sulla linea di Setil, o a Vendas Novas, o sinanco a Montemor, un po’ più avanti se l’appuntamento è a Terra da Torre, in queste stazioni se è a Terra Fria. In tal caso va bene a chi viene da Sào Geraldo, è il salto di una pulce, ma se quest’oggi qualcuno è partito da Sào Geraldo per gli stessi affari, ha proseguito oltre, forse non per caso, dev’essere una regola, e certo con un suo fondamento. A questo punto, trascorsa metà mattina, non si vede più la bicicletta, i treni sono ormai lontani, eccolo là che fischia, e sopra Terra Fria si libra un nibbio cacciatore, è bello da vedersi, ma è molto più bello rimanere a guardarlo e d’improvviso udirlo gridare, quel pigolio prolungato che non si può esprimere a parole, ma quando lo udiamo, vorremmo subito raccontare com’era, e non ci riusciamo, di bestie che pigolano non ne mancano, fra pulcini d’ogni specie c’è la voce umana, ma questo grido è diverso, di una natura così selvaggia, fa rabbrividire, né mi sorprenderebbe che dopo averlo udito così tanto finissero per nascerci le ali, si sono viste cose più straordinarie. Librandosi alto, il nibbio tende un po’ il capo, è solo un gesto, ché la sua vista non avrebbe bisogno di un avvicinamento così ridotto, siamo noi che abbiamo queste piaghe della miopia, dell’astigmatismo, parole con le quali, a proposito, dobbiamo stare attenti in questa parte del latifondo, gli angeli possono confondersi con stimmatismo, andare in terrazza alla ricerca di Francesco d’Assisi e trovarsi con un semplice nibbio che urla e cinque uomini che si avvicinano, alcuni già prossimi, altri più lontani, a Terra Fria. Chi li vede tutti, da lassù, è il nibbio, ma questo non è uccello che veda e vada a raccontarlo. […] L’incontro è finito. Il primo ad allontanarsi è l’uomo della bicicletta e poi, con uno stesso movimento di espansione, come un sole che esplodesse, gli uomini prendono ciascuno la propria via, dapprima ancora in vista gli uni degli altri, nel caso si voltassero, ma non lo fanno, anche questa è una regola, e subito dopo si nascondono, sono nascosti dal dislivello di un fosso, oppure sfuma la loro sagoma in lontananza dietro il dorso di una collina oppure è semplicemente la lontananza e il rigore del freddo, infine avvertito, che costringe a socchiudere gli occhi, e inoltre bisogna camminare guardando dove si mettono i piedi, non si può procedere a casaccio. Allora il nibbio lancia un grido acuto, che risuona per tutta la volta celeste, e si allontana verso nord, mentre gli angeli sussultano e accorrono alla finestra inciampando, ma ormai non vedono più nessuno. […]. Di fame ne ho già passata, fra la primavera e l’inverno, dice la morte all’inferno, la falce ti ha sempre aspettata, e dopo questa quartina cantata in coro si fa un grande silenzio nel latifondo, che cosa succederà, e mentre ce ne stiamo lì preoccupati, con gli occhi bassi, rapidamente passa un’ombra, e quando alziamo la testa, vediamo il grande nibbio che si libra lassú, allora era un suo grido questo gemito che mi è uscito dal petto.
José Saramago, Una terra chiamata Alentejo
In quest'ora di malinconia
Cade la pioggia, il vento sferza gli alberi spogli, e dal passato emerge e si avvicina un'immagine, quella di un uomo alto e magro, vecchio, lungo un sentiero allagato. Ha un bastone in spalla, una palandrana infangata e antica, e su di lui si riversano tutte le acque del cielo. Davanti a lui procedono i maiali, a testa bassa, sfiorando il suolo con il grugno. L'uomo che così si avvicina, sfumato nell'acquazzone, è mio nonno. È stanco, il vecchio. Si trascina appresso settant'anni di vita difficile, di privazioni, di ignoranza. Eppure è un uomo saggio, taciturno, che apre bocca solo per dire l'indispensabile. Parla talmente poco che tutti stiamo in silenzio lì ad ascoltare quando sul volto gli si accende qualcosa di simile a una luce di avviso. Ha una maniera strana di guardare in lontananza, anche se quel lontano è solo la parete che ha davanti. Il suo profilo sembra come tagliato con l'accetta, fisso ma espressivo, e gli occhi, piccoli e penetranti, di tanto in tanto brillano come se qualcosa che stesse pensando fosse stata definitivamente compresa. È un uomo come tanti altri in questa terra, in questo mondo, forse un Einstein schiacciato sotto una montagna di cose impossibili, un filosofo, un grande scrittore analfabeta. Qualcosa sarebbe stato, che non ha mai potuto essere. Rammento quelle tiepide sere d'estate, quando dormivamo sotto il grande fico, lo ascolto parlare della vita che ha fatto, del cammino di Santiago che risplendeva sopra le nostre teste, del bestiame che allevava, delle storie e delle leggende della sua infanzia lontana. Ci addormentavamo tardi, ben avvolti nelle coperte per via del fresco mattutino. Ma l'immagine che non mi abbandona in quest'ora di malinconia è quella del vecchio che avanza sotto la pioggia, caparbio, silenzioso, come chi compie un destino che nulla potrà modificare. Tranne la morte. Questo vecchio, che quasi sfioro con la mano, non sa come morirà. Ancora non sa che pochi giorni prima del suo ultimo giorno avrà il presentimento che la fine è arrivata e andrà, di albero in albero del suo orto, ad abbracciare i tronchi, a congedarsi da loro, dalle ombre amiche, dai frutti che non mangerà più. Perché allora sarà arrivata la grande ombra, finché la memoria non lo farà resuscitare sul sentiero allagato o sotto la volta del cielo e l'eterno interrogativo degli astri. Che parola pronuncerà allora?
Olismo biografico e venti interrogativi
Ciò che ancora non esiste, ciò che è arrivato e passa, ciò che non esiste più (all that is now * all that is gone * all that's to come... anche i tempi della narrazione giocano con la proprietà commutativa: cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia. Come dire che il prima e il dopo sono concetti relativi...). Il luogo solo spazio e non luogo, il luogo occupato e, quindi, nominato, il luogo di nuovo spazio e deposito di quanto resta. Ecco la più semlice biografia di un uomo, di un mondo e forse anche di un quadro. O di un libro. Ribadisco che tutto è biografia. Tutto è vita vissuta, dipinta o scritta: lo star vivendo, lo stare dipingendo, lo stare scrivendo, l'aver vissuto, l'aver scritto o l'aver dipinto. E tutto quanto vi è prima, il mondo ancora deserto, che sta aspettando o preparando la venuta dell'uomo e degli altri animali, di tutti gli animali, gli uccelli dalla carne tenera, e le piume, e i canti. Un enorme silenzio sopra le montagne e le pianure. E poi, molto più tardi, lo stesso silenzio, sopra montagne e pianure ormai diverse, e sopra le città vuote, ancora per un po' di tempo, con qualche foglio sospinto qua e là per le strade da un vento interrogativo che soffia verso la campagna senza risposta. Fra le due immagini, quella che il prima richiede e quella che il dopo minaccia, c'è la biografia, ci sono l'uomo, il libro, il quadro.
Ancora fuoco
Quando, a metà strada, questi nazareni incrociarono una compagnia di soldati inviati al loro villaggio per certe perquisizioni, […] volle sapere il comandante che cosa andava a fare quella caterva di rustici a Sefforis e gli fu risposto, A vedere il fuoco, un chiarimento che soddisfece il militare, giacché fin dall’aurora del mondo gli incendi hanno sempre attirato gli uomini, qualcuno dice che si tratta addirittura di una sorta di richiamo interiore, inconsapevole, una reminiscenza del fuoco originario, come se le ceneri potessero mai avere memoria di quanto hanno bruciato, giustificandosi così, secondo questa tesi, l’espressione affascinata con la quale contempliamo persino il semplice falò presso cui ci riscaldiamo o la fiamma di una candela nel buio della camera. Se fossimo così imprudenti, o così audaci, come le farfalle, le falene e altri lepidotteri, e ci lanciassimo nel fuoco tutti insieme, la specie umana in blocco, può darsi che una combustione così enorme, un simile chiarore, attraversando le palpebre serrate di Dio, lo desterebbe dal suo sonno letargico, troppo tardi per conoscerci, questo è vero, ma ancora in tempo per vedere il principio del nulla, dopo la nostra scomparsa.
José Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo
In attesa
Si è alzato, si è coperto con la vestaglia di tessuto pesante, invernale, che sempre distende sopra le coperte del letto, ed è andato ad aprire la finestra. La nebbia era scomparsa, non si crede che tanti luccichii vi fossero rimasti nascosti, le luci sul pendio, le altre sull’altra sponda, gialle e bianche, proiettate sull’acqua come tremolanti lumi. C’è un freddo più intenso. Raimundo Silva ha pensato, come Pessoa, Se fumassi, adesso accenderei una sigaretta, guardando il fiume, pensando come tutto è vago e vario, così, non fumando penserò soltanto che tutto è vario e vago, veramente, ma senza sigaretta, anche se la sigaretta, se la fumassi, esprimerebbe di per sé la varietà e la vaghezza delle cose, come il fumo, se io fumassi. Il revisore si trattiene alla finestra, nessuno lo chiamerà, Vieni dentro, guarda che ti raffreddi, e lui tenta di immaginare che lo chiamino dolcemente, ma rimane ancora un minuto a pensare, vago lui, e vario, e finalmente, come se di nuovo lo avessero chiamato, Vieni dentro, per favore, accondiscende a chiudere la finestra e torna a letto, si corica sulla destra, in attesa. Del sonno.
Ogni assedio consta sempre di un’attesa. È un esercizio di pazienza, un ottovolante di euforia e di disperazione per le parti schierate. La breccia nelle merlature dei bastioni è tale quale quella nei cuori delle persone. L’amore è la fine dell’assedio.
Io sto assediando.
Io sono assediato su ogni fronte.
Sono moro e crociato insieme.
Le porte della città sono sbarrate, ma prima o poi cadranno. L’assedio dura ormai da tanto tempo. La fame morde dentro e fuori il perimetro delle mura, in barba al principio di buon senso per cui chi sta fuori dovrebbe facilmente trovare il pane di cui nutrirsi. Non è così: anche gli assedianti soffrono. Solo che non lo sanno. Perché non tutti i pani sono fatti di grano.
Sarà distruzione.
Sarà gioia per i crociati.
Disperazione per i mori.
O viceversa, fa lo stesso.
La grande prova di saggezza è tener presente che anche i sentimenti devono saper amministrare il tempo.
José Saramago, Storia dell'assedio di Lisbona
Vendono gli dei quello che danno
La cosa migliore di questa cronaca è il titolo, che del resto, come tutti sanno, non è mio. Appartiene a Fernando Pessoa. Nel caso vi fosse ancora qualcuno che non sa chi è Fernando Pessoa, dirò che quest’uomo fu un poeta che ne sapeva molto di queste faccende di dei e degli affari che loro fanno. Ne sapeva tanto che dovette inventare, dentro di sé, altri personaggi che lo aiutassero a sopportare il peso e il giogo del sapere. E neppure così potè vivere in pace.
Molto di quel che si scrive non sono altro che glosse del già detto. Sicché anche questa cronaca è una glossa, scritta in tono minore, di un verso che non ne ha bisogno. Ma le circostanze possono più della volontà e stavolta non ho volontà sufficiente per resistere all’ossessione di questo verso: «Vendono gli dei quello che danno». E affinché la cronaca non sia del tutto gratuita, mi figuro un lettore ingenuo, di quelli che non vanno oltre il senso letterale del testo e che, dunque, non riescono a capire come e perché si vende una cosa data. Del resto, se mettiamo da parte queste alte cortesie poetiche, perfino in una raccolta di proverbi da quattro soldi troviamo l’equivalente. Dice il popolo (o diceva) che «quando l’elemosina è generosa, il povero diffida».
Solo che qui il popolo e il poeta discordano. Perché il poeta, alla fine, non diffida. Riceve dalle mani degli dei quel che gli dei gli danno e se ne va per il mondo, come un trionfatore, mostrando a tutti i benevoli doni di cui l’anno colmato. Finché arriva il giorno che ne esigono il pagamento. E siccome in quest’affare non si impegnano soldi, né gli dei accettano pagamenti in denaro, il poeta paga con l’anima, l’unica ricchezza che ha e l’unica che gli dei accettano come moneta adeguata. Proprio per questo hanno messo in piedi l’affare. Allora il poeta (non deve esserlo necessariamente: basta che si tratti di un uomo che gli dei hanno scelto, la cosa riguarda loro) lascia cadere le braccia, scopre l’inganno e mormora: «Vendono gli dei quello che danno».
Che cosa vendono gli dei, dando? Tutto quanto esalta l’uomo, tutto quanto lo innalza. Vendono l’intelligenza acuta, vendono la sensibilità esacerbata, vendono la lucidità implacabile, vendono l’amore appassionato. E tutto ciò, che è di fatto cammino di perfezione (di gloria, nel senso più alto del termine), diventa d’improvviso l’inferno in terra. Gli dei circondano di mura la vittima prescelta e la lasciano sola in quell’arena sacrificale. È la solitudine, è il più grande spettacolo del mondo. Siedono gli dei sulle gradinate e se la spassano. Non entrano leoni nel circo – magari entrassero. Non ci sono combattimenti di gladiatori – magari ce ne fossero. Gli dei sono intenditori e sanno che tali banalità nulla aggiungerebbero al piatto forte del menù: la lotta dell’uomo per conservare la propria anima. Come finisce lo spettacolo? Sempre allo stesso modo. L’anima è passata di mano in mano, girata e rigirata, gli dei si sono indicati l’un l’altro le ferite sanguinanti, le vecchie cicatrici. Intanto, al centro dell’arena, l’uomo è un gomitolo informe. Di nuovo sazi, gli dei, con un gesto sdegnoso gli restituiscono l’anima ed escono dal circo. Alla ricerca di un’altra vittima. Laboriosamente, con difficoltà, l’uomo reintegra in sé quel cencio che gli è stato reso. È ciò che ha di più prezioso. Ora che è nudo sa di non avere altra ricchezza. Abbatte, come può, il muro con cui l’hanno circondato ed esce in campo aperto. Gli dei si allontanano, conversando e ridendo. In fondo, non hanno colpa: sono fatti così.
L’uomo si raddrizza e cerca di respirare. Fa i primi passi. E come chi si lamenta con se stesso va dicendo: «Vendono gli dei quello che danno». Auguriamoci che non lo dimentichi. Ma sarà uomo se non lo dimenticherà?
José Saramago, Di questo mondo e degli altri
Sono già alcuni mesi. Quello che all’inizio era un semplice vezzo tecnologico-esibizionistico, a dire il vero parecchio insolito per me, è diventato una piacevole abitudine. Finito un libro riportavo su questo blog il passaggio che più sentivo vicino alla mia sensibilità, alla mia esperienza della vita. Quello che in definitiva era entrato a far parte del mio immaginario di lettore e di persona che delle letture cerca di fare buon uso, per vivere meglio. Ed ecco la prima eccezione: oggi riporto un intero racconto, una cronaca, come la definisce l’autore. Chi mi conosce sa che la mia mancanza di sintesi è proverbiale. Chi non mi conosce abbastanza lo apprenderà ora. Fatto sta che non ho saputo (o non ho voluto?) scegliere un passaggio che potesse riassumere il senso di tutto il racconto. Le ragioni di questa scelta mi sono completamente ignote (…che poi è un modo elegante di dire che invece sì, le so benissimo, ma probabilmente non è questa la sede opportuna per dire quali siano, né ce n’è una che non sia la mia testa). Sfido chiunque desideri cimentarsi nell’impresa: legga pure la cronaca, e provi poi a tagliarla. Vedrà che ne risulterebbe snaturata. È perfetta così, nelle sue due pagine scarse: abbastanza lunga da non risultare stucchevole, abbastanza breve da condensare una verità enorme in due minuti di lettura che sarà difficile dimenticare.
La riflessione meticolosa che accompagna le mie letture non lascia spazio a frettolosi innamoramenti. Ogni parola è stata pensata, pensata e poi ripensata prima di essere riportata su questo blog. Di più: ancor prima di essere letta è stata in qualche modo vissuta; non nelle stesse modalità descritte dall’autore, certo, ma con la medesima tensione emotiva, forse con lo stesso disagio: lui solo davanti la pagina bianca, io solo davanti a quella scritta, accomunati dallo stesso sforzo di immaginare una realtà che non sia quella volgare in cui arranchiamo quotidianamente. Ecco allora che questa forma di appropriazione indebita delle altrui fatiche intellettuali poteva verificarsi solo a libro ormai chiuso da qualche giorno, quando le suggestioni del momento, l’empatia con la scrittura, a volte le lacrime (quelle che salgono dal petto, non dagli occhi), avevano lasciato il posto ad un salutare distacco intellettuale, quello che poi tanto si addice a chi voglia consacrare la vita all’antropologia (lo sguardo antropologico è uno sguardo da lontano, diceva Lèvi Strauss… non so se sia vero, per ora la prendo per buona, ma con riserva). Ecco dunque la seconda eccezione: in questo caso il libro non è ancora finito, anzi, questa cronaca si trova proprio nella sua parte iniziale. Tutto lascia presagire che nel continuo della lettura ce ne siano tante altrettanto significative, forse anche di più. Tuttavia mi sembra che non ci sia una sola ragione in grado di dissuadermi dal derogare alla regola dello sguardo da lontano. Mi prendo questa libertà, e rivendico la possibilità di lasciarmi indicare una strada alternativa, una deviazione inaspettata, quand’anche questa mi sia suggerita dalla pagina di un libro piuttosto che dal saggio consiglio di chi mi vuole bene (e poi chi lo dice che un libro non possa essere un saggio consigliere?). Questa trascrizione traccia dunque la scia di un sobbalzo dell’anima (la mia), è un applauso a scena aperta (il mio, modestissimo), un urlo di liberazione che non vuole aspettare per farsi sentire. E un modo personalissimo e mediocre, infine, di ringraziare chi non potrà mai leggere queste parole, ma che con le sue ha illuminato la mia vita.
ps: domani di corsa in libreria: mi aspetta Fernando Pessoa. Non voglio farlo aspettare. Non voglio aspettare.
La vita e la brocca vuota
Attraversò il giardino, si fermò per un attimo a guardare la statua della donna con la brocca vuota, Mi hanno lasciato qui, sembrava stesse dicendo lei, e oggi non servo ad altro che a contemplare queste acque morte, ci fu un’epoca, quando la pietra di cui sono fatta era ancora bianca, in cui una sorgiva sprizzava giorno e notte da questa brocca, non mi hanno mai detto da dove provenisse tanta acqua, io ero qui solo per tenere inclinata la brocca, ora non ne scorre neanche una goccia, e tanto meno sono venuti a dirmi perché si è esaurita. Il commissario mormorò, È come la vita, figliola mia, comincia non si sa perché e finisce non si sa perché. Bagnò la punta delle dita della mano destra e le portò alla bocca. Non pensò che il gesto potesse avere un significato, però, se ci fosse stato qualcuno in disparte a guardarlo avrebbe giurato che aveva baciato quell’acqua che non era neanche pulita, verde di limacciosità, melmosa nel fondo della vasca, impura come la vita.
La disciplina del vento
Strada facendo verso la casa della ragazza dagli occhiali scuri attraversarono una grande piazza dove c'erano gruppi di ciechi intenti ad ascoltare i discorsi di altri ciechi, a pima vista né questi né quelli lo sembravano, chi parlava volgeva infervorato la faccia verso chi ascoltava, chi ascoltava volgeva attento la faccia verso chi parlava. Si proclamavano la fine del mondo, la salvezza penitenziale, la visione del settimo giorno, l'avvento dell'angelo, la collisione cosmica, l'estinzione del sole, lo spirito tribale, l'umore della mandragora, l'unguento della tigre, la virtù del segno, la disciplina del vento, il profumo della luna, la rivendicazione della tenebra, il potere dello scongiuro, l'impronta del calcagno, la crocifissione della rosa, la purezza della linfa, il sangue del gatto nero, il sapore dell'ombra, la rivolta delle maree, la logica dell'antropofagia, la castrazione indolore, il tatuaggio divino, la cecità volontaria, il pensiero convesso, quello concavo, quello piano, quello verticale, quello concentrato, quello disperso, quello sfuggito, l'ablazione delle corde vocali, la morte della parola. Qui non c'è nessuno che parli di organizzazione, disse la moglie del medico al marito, Forse è in un'altra piazza, rispose lui. Continuarono a camminare.
A colloquio col conservatore
La solitudine, Signor José, dichiarò solennemente il conservatore, non è mai stata una buona compagnia, le grandi tristezze, le grandi tentazioni e i grandi errori sono quasi sempre il risultato dell'essere soli nella vita, senza un amico prudente a cui chiedere consiglio quando qualcosa ci turba più di quanto avviene normalmente tutti i giorni, Io, triste, quello che si dice rigorosamente essere triste, signore, non credo di esserlo, rispose il Signor José, la mia natura è forse un po' malinconica, ma questo non è un difetto, e quanto alle tentazioni, beh, bisogna dire che non mi ci fanno propendere né l'età né la situazione, in altri termini, non sono io a cercarle né loro cercano me, E gli errori, Si riferisce, signore, agli errori di lavoro, Mi riferisco agli errori in generale, gli errori di lavoro, prima o poi, il lavoro li ha fatti, il lavoro li risolve, Non ho mai fatto del male a nessuno, perlomeno in coscienza, è tutto quanto le posso dire, Ed errori contro se stessi, Devo averne commessi molti, e forse è proprio questo il motivo per cui mi trovo da solo, Per commettere altri errori, Solo quelli della solitudine, signore.
Comincia dal principio
Autoritarie, paralizzanti, circolari, a volte ellittiche, le frasi a effetto, dette anche scherzosamente briciole d'oro, sono una piaga maligna, tra le peggiori che hanno infestato il mondo. Diciamo ai confusi, Conosci te stesso, come se conoscere se stesso non fosse la quinta e più difficile operazione delle aritmetiche umane, diciamo agli abulici, Volere è potere, come se le realtà bestiali del mondo non si divertissero a invertire tutti i giorni la posizione relativa dei verbi, diciamo agli indecisi, Comincia dal principio, come se quel principio fosse il capo sempre visibile di un filo male arrotolato che bastasse tirare e continuare a tirare per giungere all'altro capo, quello della fine, e poi, fra il primo e il secondo, avessimo tra le mani una linea retta e continua dove non c'era stato bisogno di sciogliere nodi, ne districare strozzature, cosa impossibile che accada nella vita dei gomitoli e, se ci è consentita un'altra frase a effetto, nei gomitoli della vita. Marta ha detto al padre, Cominciamo dal principio, e sembrava mancasse solo che si sedessero entrambi davanti al bancone a modellare statuine fra dita repentinamente agili e precise, con l'antica abilità recuperata dopo una lunga letargia. Puro inganno di innocenti e sprovveduti, il principio non è mai stato il capo nitido e preciso di una linea, il principio è un processo lentissimo, tardivo, che richiede tempo e pazienza perché si capisca la direzione in cui vuole andare, che tasta il cammino come un cieco, il principio è solo il principio, ciò che ha fatto vale tanto quanto niente.
Cosa significa amare
Mi piaci, credo di amarti, Anche tu mi piaci, e anch’io credo di amarti, ecco perché ieri ti ho baciato, no, non è bello così, non ti avrei baciato se non avessi sentito che ti amavo, ma posso amarti molto di più, Di me non sai nulla, Se per amare una persona si dovesse aspettare di conoscerla, la vita intera non basterebbe, Tu non credi che due esseri possano conoscersi, E tu, ci credi, È a te che lo domando, Prima di tutto dimmi cosa significa conoscere, Non ho un dizionario, In questo caso, ricorrere al dizionario significa sapere ciò che già si sapeva, I dizionari dicono solo quello che può servire a tutti, Ripeto la domanda, cosa significa conoscere, Non lo so,Eppure puoi amare,Sì,Senza conoscermi,A quanto pare.
