Teseo si tolse dal volto la maschera da toro e tutte le sue immagini si tolsero dal volto la maschera da toro, Teseo riavvolse il filo rosso di lana e scomparve dal labirinto, e tutte le sue immagini riavvolsero il filo rosso di lana e scomparvero dal labirinto che non rispecchiava altro ormai, che lo scuro cadavere del minotauro. Poi, prima del sole, vennero gli uccelli.
Teseo torna a memoria
What are you looking for?
Io profetizzo adesso che mutilerò il mio mutilatore. E così dunque siano il profeta e l’esecutore un essere solo. Questo è più di ciò che voi, o grandi dèi, foste mai. Io vi rido e urlo dietro, giocatori, pugilisti, voi sordi Burke e ciechi Bendigo! Non dirò come i ragazzi ai prepotenti: «Attaccatevi a qualcuno grande e grosso come voi, non picchiate me!». No, voi mi avete atterrato e io sono di nuovo qui, ma voi siete corsi a nascondervi. Uscite da dietro le vostre sacche di cotone! Io non ho armi di lunga portata per raggiungervi. Uscite, Achab vi presenta i suoi omaggi, uscite a vedere se potete deviarmi. Deviarmi? Voi non potete deviarmi, altrimenti deviate voi stessi! È qui che l’uomo vi tiene. Deviarmi? La via del mio fermo proposito è segnata da rotaie di ferro per correre sulle quali il mio spirito è scanalato. Su precipizi senza fondo, attraverso i cuori infestati delle montagne, sotto i letti dei torrenti, io mi precipito infallibilmente. Nessun ostacolo c’è, nessun gomito su questa mia strada di ferro!
Nella vita non c’è un fermo progresso continuo, noi non avanziamo per gradi fissi verso la pausa finale: attraverso l’inconsapevole incanto dell’infanzia, la fede spensierata dell’adolescenza, il dubbio della giovinezza (il destino comune), e poi lo scetticismo, poi l’incredulità, noi ci fermiamo infine nel riposo meditabondo della virilità, il Se. Ma una volta finito, ripercorriamo la strada, e siamo bambini, ragazzi e uomini e Se, in eterno. Dov’è l’ultimo porto, donde non salperemo mai più? In quale etere estatico naviga il mondo, di cui i più stanchi non si stancano mai? Dov’è nascosto il padre del trovatello? Le nostre anime sono come quegli orfani, le cui ragazze-madri muoiono dandoli alla luce; il segreto della nostra genitura giace in quella tomba ed è là che dobbiamo conoscerlo.
E in quello stesso giorno ancora, guardando giù dal fianco della lancia in quello stesso mare dorato, Starbuck mormorò a voce bassa:
«Incanto inscandagliabile, quale mai vide un amante nell’occhio della giovane sposa! Non parlarmi dei tuoi squali dalle file di denti e dei tuoi modi selvaggi di rapina. Che la fede scacci i fatti, che la fantasia scacci le memorie: io guardo nel profondo e credo».
Il viaggio
- Mi abbandonate, voialtri? - mormorò Achab guardando nell’acqua. Pareva esserci poco in queste parole, ma il tono importava una più profonda e disperata tristezza che il vecchio demente avesse mai lasciato intendere. Ma volgendosi al timoniere che fino allora aveva mantenuta la nave contro il vento per diminuirne l’abbrivo, gridò con la sua antica voce leonina: - Barra sopravvento! Raddrizzala per il giro del mondo!
Il giro del mondo! C’è molto in queste parole che ispira sentimenti d’orgoglio; ma dove conduce tutta questa circumnavigazione? Soltanto, attraverso innumerevoli pericoli, a quello stesso punto donde si è partiti, dove quelli che abbiamo lasciato indietro al sicuro sono stati avanti noi tutto il tempo.
Se questo mondo fosse un piano infinito e navigando a oriente noi potessimo sempre raggiungere nuove distanze e scoprire cose più dolci e nuove di tutte le Cicladi o le Isole del Re Salomone, allora il viaggio conterrebbe una promessa. Ma, nell’inseguire quei lontani misteri di cui sogniamo, o nella caccia tormentosa di quel fantasma demoniaco che prima o poi nuota dinanzi a tutti i cuori umani, nella caccia di tali cose intorno a questo globo, esse o ci conducono in vuoti labirinti o ci lasciano sommersi a metà strada.
La fine alata
…mentre gli ultimi rovesci si mescolavano sul capo sommerso dell’indiano alla testa di maestro, lasciando ancora visibili alcuni pollici del bastone eretto, insieme a lunghe jarde sventolanti della bandiera che ondeggiava tranquilla con ironico accordo alle onde distruggitrici che quasi la toccavano; in quell’istante un braccio rosso e un martello sorsero tesi all’indietro, nell’aria libera, in atto d’inchiodare ancora la bandiera al bastone affondante. Un falco del ciclo che aveva beffardamente seguito il pomo di maestra giù dalla sua naturale dimora tra le stelle, dando beccate alla bandiera e molestando Tashtego, cacciò per caso ora la sua larga ala palpitante tra il legno e il martello; e contemporaneamente sentendo quel brivido etereo, il selvaggio sommerso là sotto, tenne, nel suo anelito di morte, il martello rigidamente piantato; in modo che l’uccello celeste, con strida d’arcangelo, col rostro imperiale teso in alto e il corpo prigioniero avvolto nella bandiera di Achab, andò a fondo con la nave, che, come Satana, non volle scendere all’inferno finché non ebbe trascinata con sé, per farsene elmo, una parte vivente del ciclo.
Piccoli uccelli volarono ora, strillando, sull’abisso ancora aperto; un tetro frangente bianco si sbattè contro gli orli in pendio; poi tutto ricadde, e il gran sudario del mare tornò a stendersi come si stendeva cinquemila anni fa.
Lo scudo
ἀσπίδι μὲν Σαΐων τις ἀγάλλεται͵ ἣν παρὰ θάμνωι͵
ἔντος ἀμώμητον͵ κάλλιπον οὐκ ἐθέλων·
αὐτὸν δ΄ ἐξεσάωσα. τί μοι μέλει ἀσπὶς ἐκείνη;
ἐρρέτω· ἐξαῦτις κτήσομαι οὐ κακίω.
Della rimozione
Adesso è più difficile parlarne, è mescolato con altre storie imbastite a forza di dimenticanze minori, di falsità minime che tessono e tessono dietro i ricordi
Sono ancora vivo
Soriano sentiva che una mano passava sulla sua testa. Sollevò lo sguardo e vide la ragazza magra che lo toccava senza guardarlo. Sorrise e si addormentò lentamente. Il detective guardava il suo compagno e la bionda. La pistola gli dava fastidio e la lasciò sull'erba. Aveva freddo e si infilò la giacca. Chiuse gli occhi. Sognò qualcosa che poi non avrebbe ricordato. Fuori del bosco cominciava a far giorno. Un rumore svegliò Marlowe, che istintivamente afferrò l'arma. Due metri più in là, Soriano e la ragazza erano abbracciati. Si erano tolti gli abiti e facevano un rumore leggero, inutilmente furtivo. Il negro era steso contro un albero e arrotolava una sigaretta. Guardava il bosco. Alla fine, i suoi occhi incontrarono quelli del detective. Marlowe chiuse ancora una volta le palpebre. Sorrise, ma sentiva uno strano peso sullo stomaco. Si alzò. Il negro gli passò la sigaretta. Il detective aspirò un paio di boccate e gliela restituì. Fumarono in silenzio; guardavano il fuoco. Marlowe sentì che né le gambe né le braccia gli rispondevano più. Vide il negro con le ali da vampiro. Avvertì una caduta nella tensione dei muscoli e pensò vagamente alla morte. Si toccò la faccia. Un paesaggio vasto e desolato lo assobriva. I suoi occhi affioravano in mezzo a quel deserto e non riuscivano a vedere altro che il negro con le sue ali da vampiro. Marlowe si sentì immobile, teso selvaggio, terribile, ma inutile. Soriano gli si avvicinò. Lo vide abbandonarsi sull'erba, in mutande, anche se con la giacca indosso.
- Salve, amico, - disse il detective con la voce impastata: - sono ancora vivo.
Arborea
Non esistono alberi belli e alberi brutti, esistono solo per qualche giardiniere censore o poeta da rimario. Il tempo dell'albero assomiglia al mio, è il tempo curato e riepito di vita, il tempo più bello che ci sia al mondo. Guarda quell'albero che ti indico col dito, ha il tronco che sembra ritorto da qualche mano gigante, o da un grande male. È bello come quel pioppo dritto e superbo. E quel pino? Si è inclinato e sghembato, per cercare il sole. E guarda, giro la testa verso quel vecchio albero lebbroso di muffa e funghi. Belli, tutti, in ogni stagione. Eternamente vivi, frustati dalla pioggia, piegati dal vento e poi di nuovo immobili. Guarda lassù il cedro, sostiene una gazza sul ramo, il ramo si inclina. Non sembra che la tenga delicatamente in mano?
[…]
Stare sdraiato per me è naturale,
Allora il cielo e io ci parliamo davvero
E sarò utile il giorno che sarò sdraiato per sempre
Finalmente gli alberi mi toccheranno
I fiori avranno tempo per me
In memoriam, parte seconda
Qual è il momento più felice che ricordi, vecchio?
Oh, sono tanti – rispose il pescatore.
Il primo che ti viene in mente.
Tanti anni fa, in un giorno d'estate come questo, io e mio figlio andammo a pescare. Lui aveva otto anni. Camminando verso la spiaggia, incontrammo un campo di girasoli. Era sterminato, saliva su una collina come un'onda e poi la scavalcava e scendeva, tutto il mondo sembrava d'oro.
Entrammo nel campo. Nuotavamo in un mare frusciante, pieno d'odori e insetti. A ogni folata di vento, i fiori si muovevano tutti insieme, come fanno i banchi di pesci, nessuno dava l'ordine, sapevano dove andare. Ogni girasole era diverso dall'altro. Come le onde, e come i soldati. Io e mio figlio stavamo vicini. Io proteggevo lui e lui proteggeva me. Salimmo fino in cima alla collina e vedemmo un oceano grande assetato di sole. Poi ritornammo indietro. Un amico ci aveva visti. Perciò ho una foto di quel giorno. La guardo ogni volta che sono triste.
Bel ricordo, – disse la morte – ma cosa c'entra con la speranza? Tuo figlio è grande ormai. Il campo di girasoli forse non esiste più. Il tuo amico è morto. E tu non sai più pescare, sei quasi cieco, non riconosci un dentice da un'orata.
E tu non riconosci più i soldati dai bambini – disse il vecchio.
Il sole stava calando, i lampioni del lungomare si accesero e illuminarono le chiome delle palme. Lontano si vide il balenare di un faro.
Anche i segnali dei fari sono tutti diversi – disse il vecchio. Quello laggiù per esempio...
Non cambiare discorso – disse la morte, sfiorandolo con la mano. Allora, cosa speri per il tuo misero futuro, vecchio?
Il vecchio guardò lontano.
Spero di tornare ancora, insieme a mio figlio, in quel campo di girasoli – rispose.
Ma non succederà, – disse la morte, spazientita – morirai e non succederà!
Non ti arrabbiare, – rise il vecchio. Io morirò, è vero. Ma non puoi convincermi che non succederà. Non puoi niente contro questa speranza. Non c'entra la fede, né la paura. Neanche tu, qui vicino a me sulla Terra, sai cosa succederà.
La morte restò in silenzio.
E bada, – continuò il vecchio – anche se io decidessi di morire, se mi togliessi la vita, neanche allora mi avresti tolto la speranza. Tornerò in quel campo, con mio figlio.
La morte rise amaramente e tirò un sasso nell'acqua. Il sasso affondò senza rumore. Poi si alzò in piedi, e il vento le fece volare via il cappellaccio. Era piena di rughe, assomigliava al pescatore.
Ci vediamo domani, vecchio testardo. Ho lavoro sull'autostrada, stanotte.
Vacci piano – disse il vecchio.
Andate piano voi – disse la morte. Riprese il cappello, se lo calcò in testa e guardò il mare. Sospirò. Sembrava non avesse voglia di andarsene.
E dov'è questo campo di girasoli? – chiese.
Domani ti porto – disse il vecchio.
In memoriam
addurre prove d'aria, mucchietti di cenere come prove, certezze di vuoto; e peggio ancora con parole, da parole incapaci di vertigine, etichette precedenti la lettura, quest'altra etichetta finale
nozione di territorio contiguo, distanza a fianco; tempo a fianco, e al tempo stesso ninete di tutto ciò, troppo facile rifugiarsi nel binario; come se tutto dipendesse da me, da una semplice chiave che un gesto o un salto mi darebbero, e sapere che non è così, che la mia vita mi rinchiude in ciò che sono, proprio sul ciglio ma
cercare di dirlo in altro modo, insistere; per speranza, cercando il laboratorio di mezzanotte, un'impensabile alchimia, una trasmutazione
Il platano figlio
Quest'uomo che accompagna il viaggiatore è tra i sessanta e i settant'anni. Lavora qui fin da ragazzo, e il platano che adesso sta facendo ombra a tutti e due l'ha piantato proprio lui. «Quanti anni fa?», domanda il viaggiatore. «Quaranta». Domani l'uomo morirà. Il platano è ancora giovane: se non l'attaccherà la malaria né vi si abbatterà sopra un fulmine, ne avrà per cent'anni. Accipicchia, com'è resistente la vita. «Quando io morirò, rimarrà lui», dice l'uomo. Il platano lo sente, ma fa finta di niente. Davanti agli estranei non parla, è un principio che seguono tutti gli alberi, ma quando il viaggiatore se ne sarà andato dirà: «Non voglio che tu muoia, papà». E se al viaggiatore domandano come lo sa, risponde che lui di conversazioni con gli alberi è uno specialista.
L'amore è l'insostituibilità
La morte sta nella semplificazione del desiderio. Così come l'altra morte sta nella semplificazione del linguaggio. D'altronde, il desiderio è stato sempre perennemente appeso ad un'articolazione spettacolare e variopinta del linguaggio. Vanno a braccetto, come le commarelle. Ma non è stato sempre così. Sessantasei anni fa, mia moglie si è voltata e mi ha guardato come non mi aveva mai guardato. Mi ha guardato come il sentiero che si illumina d'incanto, mi ha guardato come il bambino divertito dagli schizzi d'acqua. Così mi ha guardato ed è stata la rivoluzione di me stesso. Non sto dicendo che mi sono innamorato. Sto dicendo che mi sono eccitato l'anima per una torsione del collo. Vero Carla? Te lo ricordi, Carla? Eravamo ragazzi, Carla. Tutta l'incredulità del mondo ci cadeva addosso senza pudore. E quelle vampate nella scoperta della tenerezza, Carla, ma non valevano più della vita stessa? Io penso di sì, Carla. Annuiscimi ancora una volta, Carla. Lo hai fatto tutta la vita, non me lo negare adesso. Adesso che trascorro le giornate a salutare il mondo perché ogni giornata si preannuncia come l'ultima. Annuiscimi ancora. Abbiamo sudato le nostre ascelle con lacrime di commossa partecipazione mentre ci baciavamo a Capri. Dentro i labirinti dell'estate perenne. E un attimo dopo progettavamo la grandezza della famiglia. Progettavamo la responsabilità, come antidoto a tutti i mali esterni che pure ci sono stati. La responsabilità, l'unico rimedio scientifico contro l'horror vacui. La partecipazione emotiva a tutte le sfumature uno dell'altro. Una morbosità indispensabile, Carla. Sentire le proprie spalle accarezzate dalla mano libera, Carla. Ma dove stavamo? Sospesi e galleggianti nell'istante. Se solo un dio avesse potuto cristallizzare il nostro sentire. Farci stalattiti umane per tutto il tempo. Non avremmo trascorso i successivi sessant'anni ad acchiappare disperatamente l'istante andato e che non è tornato mai più, perché corrotto dal nostro aver provato, Carla. Abbiamo vagato in coppia, come i barboni all'angolo della strada, alla ricerca non del Tavernello, ma dell'istante e degli istanti amabili. Ma come è stato bello, Carla, il tempo in cui l'ingenuità era una risorsa e l'ignoranza un concentrato di saperi. E i fiori dell'estate che opprimevano i nostri cuori, anche questo ci dicevamo, addensati dentro una retorica possibile e dannunziana, perché esclusiva e condivisa dentro i nostri occhi tristi e felici, l'unica retorica possibile. Vivere insieme, Carla, come noi abbiamo scelto, ierofanici, ossidionali, ineffabili, ha voluto significare anche cogliere il senso del ridicolo di tutti e due, da soli e insieme, e ammirare, con forza e perseveranza straordinarie, quel senso del ridicolo che scappa via dalle gonne e dai pantaloni, come la vipera che vedemmo a Maratea sotto brutti fuochi d'artificio. Estenuati dalle nostre stesse, infinite parole, fluttuati nei rigurgiti rumorosi della noia e delle noie reciproche, eppure estaticamente assuefatti a quell'idea di unicità, di insostituibilità che non ci ha reso unici, dal momento che nessuno è unico, ma insostituibili sì.
Ecco, questo siamo stati, insostituibili.
L'amore è l'insostituibilità.
Vola via
Io non vedrò la fine di questa storia – disse Ghewelrode.
E io non posso raccontartela – disse Poros – ma la tua storia finisce bene. Riposa, vecchio.
La mano di Poros disegnò sul muro l'ombra di un uccello. L'uccello si posò sull'ombra indistinta di Ghewelrode. L'uccello volo via, e Ghewelrode dormì.
Nel bilancio di quello che manca
(Ho sbagliato gioco. Ho voluto prendere le cose troppo alla leggera. Mi sono sbagliato. Imbecille. Ecco quello che volevo fare: cercavo quella ragazza, Michèle, volevo seguire le sue tracce. Come un cane. Volevo fare un gioco del tipo: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, ci sei? Diciannove, venti ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, conto fino a trenta, venticinque, ventisei, ventisette, ventotto, ventinove, ventinove e mezzo, ventinove e tre quarti e, e, 30! E poi mettermi a cercarti in tutti i posti della città. Negli anfratti dei muri, negli angoli delle porte, nelle discoteche, sulle spiagge, nei bar, nei cinema, nelle chiese, nei giardini pubblici. Volevo cercarti fino a sorprenderti mentre balli il tango con uno studente di farmacia o sei seduta su una sedia a sdraio e guardi il mare. Ovviamente avresti lasciato degli indizi per farti ritrovare: sarebbe stata la regola del gioco. Un nome o due. Amadouny Sonia-Nadine, Germaine, un fazzoletto abbandonato per terra sporco di un rossetto rosapesca, un fermaglio in un viale deserto. Una conversazione tra due ragazzi in un self-service. Un'indicazione ambigua lasciata sotto la tovaglia di plastica celeste di una pasticceria notturna. Oppure due iniziali conficcate con la punta dell'unghia sul sedile in finta pelle del filobus n. 9: M.D. E io, dopo un po' avrei detto tra me e me: «Fuoco!».
Poi, alle sei e venticinque del mattino, sfinito, ti avrei finalmente ritrovata, avvolta nel tuo impermeabile maschile, le labbra serrate, i capelli bagnati di rugiada, il vestito di lana un po' sgualcito, gli occhi stanchi per essere rimasti spalancati tutta la notte. Ti avrei ritrovata sola, rannicchiata su una sedia a sdraio, sul lungomare, dinanzi ad un tramonto cinereo).
Costruire vita
Non è nell'individualismo che risiede il nostro male, ma nella qualità di quell'individualismo. E quella qualità è che esso sia statico invece che dinamico. Ci diamo valore per quello che pensiamo, invece che per quanto facciamo. Dimentichiamo che non lo abbiamo fatto, non lo siamo stati; che la prima funzione della vita è l'azione, come che il primo aspetto delle cose è il movimento.Dando a quello che pensiamo l'importanza di averlo pensato, prendendoci, ciascuno di noi se stesso, non, come diceva il greco, quale misura di tutte le cose, se non per loro norma o modello, creiamo in noi non un'interpretazione dell'universo, ma una critica dell'universo – che, siccome non lo conosciamo, non possiamo criticare – e i più deboli e più dissennati di noi elevano tale critica a una interpretazione – ma un'interpretazione imposta come un'allucinazione; non dedotta, ma semplice induzione. È l'allucinazione propriamente detta, dato che l'allucinazione è l'illusione poggiata su di un fatto mal visto.
Autobiografie erranti
Credo che tutte le parole che pronunciamo, tutti i movimenti e i gesti che compiamo o abbozziamo, presi a uno a uno o nel loro insieme, possano essere intesi come parti slegate di un’autobiografia non intenzionale che, sebbene involontaria, o proprio per questo, non sarebbe meno sincera e verace del più minuzioso dei racconti di una vita trascritta sulla carta. Questa convinzione che tutto quel che diciamo e facciamo nel corso del tempo, pur sembrando sprovvisto di significato e importanza, è, e non può non essere, espressione biografica, mi ha portato un giorno a suggerire, con serietà maggiore di quanto possa sembrare a prima vista, che tutti gli esseri umani dovrebbero raccontare per iscritto le loro vite, e che queste migliaia di milioni di volumi quando cominciassero a non entrare più sulla Terra, verrebbero portati sulla Luna. Ciò significherebbe che la grande, l’enorme, la gigantesca, la smisurata, l’immensa biblioteca dell’umano esistere dovrebbe essere divisa dapprima in due parti, e poi, con il passare del tempo, in tre, in quattro, o anche in nove, supponendo che nei restanti otto pianeti del sistema solare vi siano condizioni ambientali così favorevoli da rispettare la fragilità della carta. Immagino che i racconti di quelle molte vite che, essendo semplici e modeste, entrerebbero in appena mezza dozzina di fogli, o forse meno, sarebbero spediti su Plutone, il più distante dei figli del Sole, meta di sicuro raramente ambita dai ricercatori.
Al momento di stabilire e definire i criteri di composizione di tali «biblioteche», sorgerebbero certamente problemi e dubbi. Sarebbe fuori discussione, per esempio, che opere come i diari di Amiel, di Kafka o di Virginia Woolf, la biografia di Samuel Johnson, l’autobiografia di Cellini, le memorie di Casanova o le confessioni di Rousseau, al pari di tante altre di analoga importanza umana e letteraria, restassero nel pianeta dove sono state scritte a testimonianza del passaggio in questo mondo di uomini e donne che, buone o cattive le ragioni per cui sono vissuti, hanno lasciato un segno, una presenza, un’influenza che, essendo perdurati fino a oggi, continueranno a marcare le generazioni future. I problemi sopraggiungerebbero allorché sulla scelta di quel che dovrebbe restare o essere inviato nello spazio esterno cominciassero a riflettersi le valutazioni soggettive, i preconcetti, i timori, i rancori antichi o recenti, i perdoni impossibili, le giustificazioni tardive, tutto quel che nella vita è paura, disperazione e angoscia, insomma, la natura umana. Credo che, in fin dei conti, la cosa migliore sia lasciare le cose come stanno. Come la maggior parte delle idee migliori, anche questa mia è impraticabile. Pazienza.
Dafne
Nei mesi con il bianco addosso e intorno, l’uomo diventa visionario. Con il sole nelle palpebre abbagliate la neve si trasforma in frantumi di vetro. Il corpo e l’ombra disegnano l’articolo il. L’uomo sulla montagna è una sillaba nel vocabolario.
Gli alberi di montagna scrivono in aria storie che si leggono stando sdraiati sotto.
Dialogo tra giosuè e il signore
Eccomi, signore, fammi sapere la tua volontà, Suppongo che l’idea che ti è nata nella testa, disse il signore che stava nell’arca, è quella di chiedermi di fermare il sole, Infatti, signore, perché non sfugga nessun amorreo, Non posso fare ciò che mi chiedi. Un subitaneo stupore fece aprire la bocca a giosuè, Non puoi far fermare il sole, domandò, e la voce gli tremava perché credeva di pronunciare, proprio lui, una terribile eresia, Non posso far fermare il sole perché è già fermo, lo è sempre stato da quando l’ho messo in quel posto, Tu sei il signore, tu non puoi equivocarti, ma non è questo ciò che i miei occhi vedono, il sole nasce da quel lato, si muove per tutto il giorno nel cielo e scompare nel lato opposto fino a tornare il mattino seguente, Qualcosa si muove realmente, ma non è il sole, è la terra, La terra sta ferma, signore, disse giosuè con voce tesa, disperata, No, amico, i tuoi occhi ti illudono, la terra si muove, compie dei giri su se stessa e continua a roteare nello spazio intorno al sole, Allora, se è così, fai fermare la terra, che sia il sole a fermarsi o che si fermi la terra, per me è indifferente purché possa farla finita con gli amorrei, Se facessi fermare la terra, non finirebbero solo gli amorrei, finirebbe il mondo, finirebbe l’umanità, finirebbe tutto, tutti gli esseri e le cose che vi si trovano, e persino molti alberi, nonostante le radici che li tengono aggrappati al terreno, tutto verrebbe scagliato verso l’esterno come un sasso quando lo liberi dalla fionda, Pensavo che il funzionamento della macchina del mondo dipendesse soltanto dalla tua volontà, signore, Ormai fin troppo la sto esercitando, e altri in mio nome, ecco perché c’è tanto malcontento, gente che mi ha voltato le spalle, e alcuni che arrivano al punto di negare la mia esistenza, Castigali, Sono fuori dalla mia legge, fuori dalla mia portata, non posso toccarli, la vita di un dio non è poi tanto facile come credete, un dio non è signore di quel continuo voglio, posso e comando che s’immagina, e non sempre si può andare diritto agli scopi, c’è da aggirarli, vero è che ho messo un segno sulla fronte di caino, non l’hai mai visto, non sai chi sia, ma la cosa incomprensibile è che non abbia potere sufficiente per impedirgli di andare dovunque la sua volontà lo conduca e di fare ciò che ritenga meglio, E noi, qui, domandò giosuè, con l’idea sempre fissa sugli amorrei, Farai ciò che avevi pensato, non ti ruberò la gloria di rivolgerti direttamente a dio, E tu, signore, Io spazzerò il cielo dalle nuvole che in questo momento lo coprono, questo posso farlo senza alcuna difficoltà, ma la battaglia dovrai essere tu a vincerla, Se tu ci darai incoraggiamento sarà conclusa prima che il sole tramonti, Farò il possibile, giacché l’impossibile non si può. Prendendo queste parole come un commiato, giosuè si alzò dallo sgabello, ma il signore disse ancora, Non parlerai a nessuno di quanto si è trattato qui fra noi, la storia che verrà raccontata in futuro dovrà essere la nostra e non altra, giosuè chiese al signore di trattenere il sole e così egli fece, nient’altro, La mia bocca non si aprirà se non per confermarla, signore, Vai e distruggimi questi amorrei. Giosuè tornò dal suo esercito, salì su una collina e di nuovo alzò le braccia, O signore, gridò, o dio del cielo, del mondo e di israele, ti imploro di sospendere il movimento del sole verso l’occaso affinchè la tua volontà possa compiersi senza ostacoli, dammi un’ora di luce in più, un’ora sola, non sia mai che gli amorrei si nascondano come i codardi che sono e i tuoi soldati non riescano a scovarli nel buio per compiere la tua giustizia, togliendo loro la vita. In risposta, la voce di dio tuonò nel cielo ormai spazzato dalle nuvole terrorizzando gli amorrei ed esaltando gli israeliti, Il sole non si muoverà dal punto in cui si trova per essere testimone della battaglia degli israeliti per la terra promessa, e tu, giosuè, vinci questi cinque re amorrei che mi sfidano, e canaan sarà il frutto maturo che ben presto ti cadrà fra le mani, avanti, dunque, e che nessun amorreo sopravviva al fil di spada degli israeliti. C’è chi dice che la supplica di giosuè al signore fu più semplice, più diretta, che lui si limitò a dire, Sole, fermati su ghibeon, e tu, o luna, fermati sulla valle di aialon, il che mostra che giosuè ammetteva di dover combattere anche dopo il tramonto del sole e non più che una pallida luna a guidare la punta della spada e della lancia verso la gola degli amorrei. La versione è interessante, ma non viene a modificare affatto l’essenziale, cioè, che gli amorrei furono sbaragliati su tutta la linea e che i crediti della vittoria furono tutti per il signore, che avendo fatto fermare il sole, non ebbe bisogno di aspettare la luna. A ciascuno il suo, com’è giusto. Ecco quanto fu scritto in un libro chiamato del giusto, che attualmente nessuno sa dove sia andato a finire. Per quasi un intero giorno, il sole stette immobile lì, in mezzo al cielo, senza alcuna fretta di scomparire all’orizzonte, mai, né prima né dopo, vi fu un giorno come quello, in cui il signore, giacché combatteva per israele, diede ascolto alla voce di un uomo.
Il miracolo
Vostra paternità vuole parlare con me, domandò, Infatti, figliolo mio, rispose il visitatore mettendo in queste tre parole tutte le riserve di unzione di cui poteva disporre, Allora dica pure, padre, Tu sei cristiano, fu la domanda, Sono stato battezzato, ma dal colore della mia pelle e dai miei lineamenti, vostra paternità avrà già visto che non sono di qua, Sì, suppongo che tu sia indiano, ma ciò non è d’impedimento che sia un buon cristiano, Non sarò io a dirlo, giacché ho capito che elogio in bocca propria è vituperio, Sono qui per farti una richiesta, ma prima voglio che mi dica se il tuo elefante è di quelli ammaestrati, Ammaestrato, quello che si dice ammaestrato, nel senso di possedere un certo numero di abilità da circo, non lo è, ma di solito si comporta con la dignità di un elefante che si rispetti, Sarai capace di farlo inginocchiare, foss’anche con una gamba sola, Sappia vostra paternità che non ho mai provato, ma ho osservato che solimano si inginocchia motu proprio quando vuole sdraiarsi, quello però di cui non posso avere la certezza è che lo faccia se glielo ordino, Puoi provare, Sappia vostra paternità che l’occasione non è la migliore, la mattina solimano è quasi sempre mal disposto, Posso tornare più tardi, se lo ritieni conveniente, quello che mi porta qui non è cosa impellente, sebbene converrebbe assai agli interessi della basilica che avvenisse oggi, prima che sua altezza l’arciduca d’austria partisse per il nord, Avvenisse oggi, che cosa, se non sono troppo ardito a domandarlo, Il miracolo, disse il prete congiungendo le mani, Che miracolo, domandò il cornac mentre sentiva la testa girargli, Se l’elefante andasse a inginocchiarsi alla porta della basilica, non ti sembra che sarebbe un miracolo, uno dei grandi miracoli della nostra epoca, domandò il sacerdote congiungendo di nuovo le mani, Io non so niente di miracoli, nella mia terra, laggiù dove sono nato, non ce n’è sin da quando il mondo fu creato, immagino che tutta la creazione sarà stata un miracolo continuo, ma poi sono finiti, Ora sì, vedo che in definitiva non sei un buon cristiano, Che lo decida vostra paternità, a me hanno dato un impiastricciamento di cristianesimo e battezzato lo sono, ma forse si coglie ancora quello che c’è sotto, E cos’è che c’è sotto, Ganesha, per esempio, il dio elefante, quello lì che sta scuotendo le orecchie, e ora vostra paternità mi vorrà domandare come faccio a sapere che l’elefante solimano è un dio, e io risponderò che se c’è, come c’è, un dio elefante, potrà essere tanto quello come qualsiasi altro, Per ciò che ancora mi aspetto da te, ti perdono le blasfemie, ma, quando sarà tutto terminato, dovrai confessarti, E che si aspetta vostra paternità da me, Che tu conduca l’elefante alla porta della basilica e lo faccia inginocchiare, Non so se ne sarò capace, Provaci, Immagini vostra paternità che io conduca l’elefante fin là e lui si rifiuti di inginocchiarsi, anche se non me ne intendo molto di questi argomenti, suppongo che peggio di un miracolo che non c’è sia ritrovarsi con un miracolo fallito, Non sarà mai fallito se ne resteranno dei testimoni, E chi saranno questi testimoni, In primo luogo, tutta la comunità religiosa della basilica e quanti cristiani disponibili riusciremo a riunire all’entrata del tempio, in secondo luogo, la voce pubblica che, come sappiamo, è capace di giurare ciò che non ha visto e affermare ciò che non sa, Incluso credere in miracoli che non sono mai esistiti, domandò il cornac, Sono questi i più gustosi, si fatica a prepararli, ma lo sforzo che richiedono in genere è compensato, e inoltre, solleviamo da maggiori responsabilità i nostri santi, E quelle di dio, Dio non lo importuniamo mai perché faccia un miracolo, bisogna rispettare la gerarchia, al massimo ricorriamo alla vergine, che pure è dotata di talenti taumaturgici, Mi parrebbe, disse il cornac, che nella vostra chiesa gira molto cinismo, Forse, ma, se ti parlo con tanta franchezza, rispose il sacerdote, è per farti capire che abbiamo davvero necessità di questo miracolo, questo o qualche altro, Perché, Perché luterò, nonostante sia morto, sta causando grande pregiudizio alla nostra santa religione, tutto quanto possa aiutarci a ridurre gli effetti della predicazione protestante sarà benvenuto, rammenta che soltanto poco più di trent’anni fa sono state affisse le sue nefande tesi alle porte della chiesa del castello di wittenberg e già il protestantesimo sta dilagando come un’inondazione in tutta l’europa, Io non so niente di quelle tesi, o quel che sono, Né c’è bisogno che tu lo sappia, basta che abbia fede, Fede in dio, o nel mio elefante, domandò il cornac, In entrambi, rispose il prete, E quanto ci guadagnerò con questo, Alla chiesa non si chiede, si dà, In tal caso, vostra paternità dovrebbe parlare piuttosto con l’elefante, visto che solo da lui dipenderà il buon risultato dell’operazione miracolosa, Hai una lingua sfrontata, attento a non perderla, Che cosa mi accadrà se porterò l’elefante alla porta della basilica e lui non si inginocchierà, Niente, a meno che noi non si sospetti che sia colpa tua, E se cosi fosse, Avresti forti motivi per pentirtene. Il cornac trovò più conveniente arrendersi, A che ora desidera vostra paternità che porti l’animale, domandò, Ti voglio là a mezzogiorno in punto, non un minuto dopo, E io spero che il tempo mi basti per far entrare in testa a solimano che dovrà inginocchiarsi ai piedi delle vostre paternità, Non ai nostri, che noi siamo indegni, ma del nostro sant’antonio, e con queste pie parole il prete si ritirò per riferire ai superiori sui risultati dell’evangelico approccio, Ma ci sono speranze, gli domandarono, Le migliori, anche se siamo nelle mani dell’elefante, Un elefante non è un cavallo, non ha mani, È un modo di dire, come a significare, per esempio, che siamo nelle mani di dio, Con la grande differenza che siamo, effettivamente, nelle mani di dio, Lodato sia il suo nome, Sempre sia lodato, ma, tornando al dunque, perché mai saremmo nelle mani dell’elefante, Perché non sappiamo che cosa farà quando si troverà davanti alla porta della basilica, Farà ciò che gli ordinerà il cornac, a questo serve l’insegnamento, Confidiamo nella benevolente comprensione divina dei fatti di questo mondo, se dio, come supponiamo, vuole essere servito, converrà che dia un aiuto ai suoi stessi miracoli, quelli che meglio parleranno della sua gloria, Fratelli, la fede può tutto, dio opererà in ciò che manchi, Amen, vociferò in coro la congregazione sacerdotale, preparandosi mentalmente l’arsenale di preghiere coadiuvanti.
Il cambio sulla soglia di un tempo inaspettato
Antonio Tabucchi, Controtempo, in Il tempo invecchia in fretta
Il momento propizio
«Ah», dice Roland, sfregando un fiammifero, Jeanne sente distintamente il rumore, ed è come se vedesse il volto di Roland mentre aspira il fumo, gettandosi un po’ indietro con gli occhi socchiusi. E come se un fiume di squame scintillanti balzasse dalle mani del gigante nero e Marco ha appena il tempo per scansare il corpo dalla rete. Altre volte – il proconsole lo sa, e volta la testa perché solo Irene lo veda sorridere – ha sfruttato quel minimo istante, che è il punto debole di ogni reziario, per bloccare con lo scudo la minaccia del lungo tridente e gettarsi in un affondo, con un movimento folgorante, verso il petto scoperto. Ma Marco si mantiene a distanza, le gambe piegate come sul punto di saltare, mentre il nubiano raccoglie velocemente la rete e prepara un nuovo attacco. «È perduto», pensa Irene senza guardare il proconsole che sceglie alcuni dolci dal vassoio che gli porge Urania. «Non è più quello di un tempo», pensa Lica rimpiangendo la sua scommessa. Marco si è curvato un po’, seguendo il movimento circolare del nubiano; è l’unico che ancora non sa ciò che tutti presentono, è appena qualcosa che rannicchiato aspetta un’altra occasione, con il vago sconcerto di non aver fatto ciò che la sua tecnica gli ordinava. Avrebbe bisogno di più tempo, delle ore della taverna che seguono ai trionfi, per intendere forse la ragione per cui il proconsole non debba pagarlo con monete d’oro. Rabbuiato, aspetta un altro momento propizio; forse alla fine, con un piede sul cadavere del reziario, potrà incontrare un’altra volta il sorriso della moglie del proconsole; ma questo non lo sta pensando lui, e chi lo pensa non crede più che il piede di Marco possa puntarsi sul petto del nubiano sgozzato.
Passi nel buio
Attraversò la città addormentata, ancora immersa nel sonno, aprì con esagerato rumore il portone di casa. Nell'appartamento già filtrava dalle fessure delle persiane un poco di luce.
«Buonanotte, mamma» egli disse passando nel corridoio e dalla stanza, gli parve che come al solito, come nei giorni lontani quando rincasava a notte alta, gli rispondesse un suono confuso, una voce amorevole anche se grondante di sonno. E continuò quasi pacificato verso la propria stanza, quando si accorse che anche lei parlava.
«Che cos'hai, mamma?» chiese nel vasto silenzio. Nello stesso istante capì di avere scambiato il rotolio di una carrozza lontana con la voce cara. In verità la mamma non aveva risposto, i passi notturni del figlio più non la potevano destare come una volta, si erano fatti come estranei, quasi il loro suono fosse col tempo cambiato.
Una volta i suoi passi la raggiungevano nel sonno come un richiamo stabilito. Tutti gli altri rumori nella notte, anche se molto più forti, non bastavano a svegliarla, né i carri giù nella strada, né il pianto di un bambino, nè gli ululati dei cani, né le civette, né l'imposta che sbatte, né il vento dentro le gronde, né la pioggia o lo scricchiolare dei mobili. Soltanto il passo di lui la svegliava, non perché fosse rumoroso (Giovanni anzi andava in punta di piedi). Nessuna speciale ragione, soltanto che lui era il figliolo.
Ma adesso dunque non più. Adesso lui aveva salutato la mamma come una volta, con la medesima inflessione di voce, certo che al familiare rumore dei suoi passi si fosse destata. Invece nessuno gli aveva risposto fuori che il rotolio della lontana carrozza. Una stupidaggine, pensò, una ridicola coincidenza, poteva anche darsi. Eppure gliene restava, mentre si disponeva a entrare nel letto, una impressione amara, quasi l'affetto di una volta si fosse appannato, come se fra loro due il tempo e la lontananza avessero lentamente disteso un velo di separazione.
