Adesso è più difficile parlarne, è mescolato con altre storie imbastite a forza di dimenticanze minori, di falsità minime che tessono e tessono dietro i ricordi
Della rimozione
In memoriam, parte seconda
Qual è il momento più felice che ricordi, vecchio?
Oh, sono tanti – rispose il pescatore.
Il primo che ti viene in mente.
Tanti anni fa, in un giorno d'estate come questo, io e mio figlio andammo a pescare. Lui aveva otto anni. Camminando verso la spiaggia, incontrammo un campo di girasoli. Era sterminato, saliva su una collina come un'onda e poi la scavalcava e scendeva, tutto il mondo sembrava d'oro.
Entrammo nel campo. Nuotavamo in un mare frusciante, pieno d'odori e insetti. A ogni folata di vento, i fiori si muovevano tutti insieme, come fanno i banchi di pesci, nessuno dava l'ordine, sapevano dove andare. Ogni girasole era diverso dall'altro. Come le onde, e come i soldati. Io e mio figlio stavamo vicini. Io proteggevo lui e lui proteggeva me. Salimmo fino in cima alla collina e vedemmo un oceano grande assetato di sole. Poi ritornammo indietro. Un amico ci aveva visti. Perciò ho una foto di quel giorno. La guardo ogni volta che sono triste.
Bel ricordo, – disse la morte – ma cosa c'entra con la speranza? Tuo figlio è grande ormai. Il campo di girasoli forse non esiste più. Il tuo amico è morto. E tu non sai più pescare, sei quasi cieco, non riconosci un dentice da un'orata.
E tu non riconosci più i soldati dai bambini – disse il vecchio.
Il sole stava calando, i lampioni del lungomare si accesero e illuminarono le chiome delle palme. Lontano si vide il balenare di un faro.
Anche i segnali dei fari sono tutti diversi – disse il vecchio. Quello laggiù per esempio...
Non cambiare discorso – disse la morte, sfiorandolo con la mano. Allora, cosa speri per il tuo misero futuro, vecchio?
Il vecchio guardò lontano.
Spero di tornare ancora, insieme a mio figlio, in quel campo di girasoli – rispose.
Ma non succederà, – disse la morte, spazientita – morirai e non succederà!
Non ti arrabbiare, – rise il vecchio. Io morirò, è vero. Ma non puoi convincermi che non succederà. Non puoi niente contro questa speranza. Non c'entra la fede, né la paura. Neanche tu, qui vicino a me sulla Terra, sai cosa succederà.
La morte restò in silenzio.
E bada, – continuò il vecchio – anche se io decidessi di morire, se mi togliessi la vita, neanche allora mi avresti tolto la speranza. Tornerò in quel campo, con mio figlio.
La morte rise amaramente e tirò un sasso nell'acqua. Il sasso affondò senza rumore. Poi si alzò in piedi, e il vento le fece volare via il cappellaccio. Era piena di rughe, assomigliava al pescatore.
Ci vediamo domani, vecchio testardo. Ho lavoro sull'autostrada, stanotte.
Vacci piano – disse il vecchio.
Andate piano voi – disse la morte. Riprese il cappello, se lo calcò in testa e guardò il mare. Sospirò. Sembrava non avesse voglia di andarsene.
E dov'è questo campo di girasoli? – chiese.
Domani ti porto – disse il vecchio.
L'amore è l'insostituibilità
La morte sta nella semplificazione del desiderio. Così come l'altra morte sta nella semplificazione del linguaggio. D'altronde, il desiderio è stato sempre perennemente appeso ad un'articolazione spettacolare e variopinta del linguaggio. Vanno a braccetto, come le commarelle. Ma non è stato sempre così. Sessantasei anni fa, mia moglie si è voltata e mi ha guardato come non mi aveva mai guardato. Mi ha guardato come il sentiero che si illumina d'incanto, mi ha guardato come il bambino divertito dagli schizzi d'acqua. Così mi ha guardato ed è stata la rivoluzione di me stesso. Non sto dicendo che mi sono innamorato. Sto dicendo che mi sono eccitato l'anima per una torsione del collo. Vero Carla? Te lo ricordi, Carla? Eravamo ragazzi, Carla. Tutta l'incredulità del mondo ci cadeva addosso senza pudore. E quelle vampate nella scoperta della tenerezza, Carla, ma non valevano più della vita stessa? Io penso di sì, Carla. Annuiscimi ancora una volta, Carla. Lo hai fatto tutta la vita, non me lo negare adesso. Adesso che trascorro le giornate a salutare il mondo perché ogni giornata si preannuncia come l'ultima. Annuiscimi ancora. Abbiamo sudato le nostre ascelle con lacrime di commossa partecipazione mentre ci baciavamo a Capri. Dentro i labirinti dell'estate perenne. E un attimo dopo progettavamo la grandezza della famiglia. Progettavamo la responsabilità, come antidoto a tutti i mali esterni che pure ci sono stati. La responsabilità, l'unico rimedio scientifico contro l'horror vacui. La partecipazione emotiva a tutte le sfumature uno dell'altro. Una morbosità indispensabile, Carla. Sentire le proprie spalle accarezzate dalla mano libera, Carla. Ma dove stavamo? Sospesi e galleggianti nell'istante. Se solo un dio avesse potuto cristallizzare il nostro sentire. Farci stalattiti umane per tutto il tempo. Non avremmo trascorso i successivi sessant'anni ad acchiappare disperatamente l'istante andato e che non è tornato mai più, perché corrotto dal nostro aver provato, Carla. Abbiamo vagato in coppia, come i barboni all'angolo della strada, alla ricerca non del Tavernello, ma dell'istante e degli istanti amabili. Ma come è stato bello, Carla, il tempo in cui l'ingenuità era una risorsa e l'ignoranza un concentrato di saperi. E i fiori dell'estate che opprimevano i nostri cuori, anche questo ci dicevamo, addensati dentro una retorica possibile e dannunziana, perché esclusiva e condivisa dentro i nostri occhi tristi e felici, l'unica retorica possibile. Vivere insieme, Carla, come noi abbiamo scelto, ierofanici, ossidionali, ineffabili, ha voluto significare anche cogliere il senso del ridicolo di tutti e due, da soli e insieme, e ammirare, con forza e perseveranza straordinarie, quel senso del ridicolo che scappa via dalle gonne e dai pantaloni, come la vipera che vedemmo a Maratea sotto brutti fuochi d'artificio. Estenuati dalle nostre stesse, infinite parole, fluttuati nei rigurgiti rumorosi della noia e delle noie reciproche, eppure estaticamente assuefatti a quell'idea di unicità, di insostituibilità che non ci ha reso unici, dal momento che nessuno è unico, ma insostituibili sì.
Ecco, questo siamo stati, insostituibili.
L'amore è l'insostituibilità.
Sigurros.fi
Cerviavìk 2010
vi odio perché vi amo /
Un incontro
Lo Zoppo della Lotteria stese le gambe e si appoggiò alla spalliera. Ed ora mi scuserà, disse, voglio leggere un pochino, tutti i giorni una parte del mio tempo la dedico alla lettura. Cavò un libro di tasca e si mise a leggere. Era la rivista "Esprit", e disse: sto leggendo l'articolo di un filosofo francese sull'anima, pensi un po' che curioso tornare a leggere cose sull'anima, per tanto tempo nessuno ha più parlato dell'anima, perlomeno dal decennio dei Quaranta, ora pare che sia tornata di moda un'altra volta, la stanno riscoprendo, io non sono cattolico ma credo nell'anima in un senso vitale e collettivo, forse in una concezione spinoziana, il signore ci crede all'anima? È una delle poche cose in cui credo, dissi io, perlomeno adesso, qui, in questo giardino dove stiamo conversando, è stata la mia anima a combinarmi tutto questo, voglio dire, non so bene se è l'anima, magari sarà stato l'Inconscio, perché è stato il mio Inconscio a portarmi fino a questo punto. Alto là, disse lo Zoppo della Lotteria, cosa vuol dire con questo?, l'Inconscio è roba della borghesia viennese d'inizio secolo, qui siamo in Portogallo ed il signore è italiano, noi siamo roba del Sud, la civiltà greco-romana, non abbiamo niente a che fare con la Mitteleuropa, scusi sa, noi abbiamo l'anima. È vero dissi io, io l'anima ce l'ho, di sicuro, ma ho anche l'Inconscio, voglio dire, ormai l'Inconscio io ce l'ho, l'Inconscio uno se lo prende, è come una malattia, mi sono preso il virus dell'Inconscio, capita.
Lo Zoppo della Lotteria mi guardò con aria avvilita. Senta, disse poi, lo vuole fare uno scambio?, io le presto "Esprit", lei mi presta "A Bola". Ma non era interessato all'anima?, obiettai. Lo ero, disse lui con rassegnazione, questo è l'ultimo numero dell'abbonamento, ma adesso sto per rientrare nel mio ruolo, sto per trasformarmi in uno Zoppo della Lotteria, mi interessa di più il gol del Benfica. se è così, dissi io, avrei voglia di comprare una cartella, ce l'ha una cartella che finisce col nove?, sa, il nove è il mio mese, sono nato di settembre, mi piacerebbe comprare una cartella col numero del mio mese. Sì che ce l'ho, signore, disse lo Zoppo della Lotteria, quand'è che è nato lei?, anch'io sono nato di settembre. Sono nato l'equinozio d'autunno, risposi, quando la luna è lunatica e l'Oceano si gonfia. È un'ora fortunata disse lo Zoppo della Lotteria, il signore avrà una buona sorte. È proprio quello di cui ho bisogno, replicai pagando la cartella, ma non per l'estrazione, proprio per questa giornata d'oggi, oggi per me è un giorno molto strano, sto sognando ma mi pare che sia vero, e devo incontrare delle persone che esistono soltanto nel mio ricordo. Oggi è l'ultima domenica di luglio, disse lo Zoppo della Lotteria, la città è deserta, ci saranno almeno quaranta gradi all'ombra, suppongo che sia il giorno più indicato per incontrare persone che esistono soltanto nel ricordo, la sua anima, pardon, il suo Inconscio, avrà un gran daffare in un giorno come questo, le auguro una buona giornata ed una buona sorte.
Antonio Tabucchi, Requiem
Conservazione dei ricordi
I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell'imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: «Gita a Quilmas», oppure: «Frank Sinatra».
I coronopio invece, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: «Non farti male, sai», e anche: «Sta' attento, c'è uno scalino». Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre al loro posto.
