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L'amore è l'insostituibilità

30 agosto 2010
La morte sta nella semplificazione del desiderio. Così come l'altra morte sta nella semplificazione del linguaggio. D'altronde, il desiderio è stato sempre perennemente appeso ad un'articolazione spettacolare e variopinta del linguaggio. Vanno a braccetto, come le commarelle. Ma non è stato sempre così. Sessantasei anni fa, mia moglie si è voltata e mi ha guardato come non mi aveva mai guardato. Mi ha guardato come il sentiero che si illumina d'incanto, mi ha guardato come il bambino divertito dagli schizzi d'acqua. Così mi ha guardato ed è stata la rivoluzione di me stesso. Non sto dicendo che mi sono innamorato. Sto dicendo che mi sono eccitato l'anima per una torsione del collo. Vero Carla? Te lo ricordi, Carla? Eravamo ragazzi, Carla. Tutta l'incredulità del mondo ci cadeva addosso senza pudore. E quelle vampate nella scoperta della tenerezza, Carla, ma non valevano più della vita stessa? Io penso di sì, Carla. Annuiscimi ancora una volta, Carla. Lo hai fatto tutta la vita, non me lo negare adesso. Adesso che trascorro le giornate a salutare il mondo perché ogni giornata si preannuncia come l'ultima. Annuiscimi ancora. Abbiamo sudato le nostre ascelle con lacrime di commossa partecipazione mentre ci baciavamo a Capri. Dentro i labirinti dell'estate perenne. E un attimo dopo progettavamo la grandezza della famiglia. Progettavamo la responsabilità, come antidoto a tutti i mali esterni che pure ci sono stati. La responsabilità, l'unico rimedio scientifico contro l'horror vacui. La partecipazione emotiva a tutte le sfumature uno dell'altro. Una morbosità indispensabile, Carla. Sentire le proprie spalle accarezzate dalla mano libera, Carla. Ma dove stavamo? Sospesi e galleggianti nell'istante. Se solo un dio avesse potuto cristallizzare il nostro sentire. Farci stalattiti umane per tutto il tempo. Non avremmo trascorso i successivi sessant'anni ad acchiappare disperatamente l'istante andato e che non è tornato mai più, perché corrotto dal nostro aver provato, Carla. Abbiamo vagato in coppia, come i barboni all'angolo della strada, alla ricerca non del Tavernello, ma dell'istante e degli istanti amabili. Ma come è stato bello, Carla, il tempo in cui l'ingenuità era una risorsa e l'ignoranza un concentrato di saperi. E i fiori dell'estate che opprimevano i nostri cuori, anche questo ci dicevamo, addensati dentro una retorica possibile e dannunziana, perché esclusiva e condivisa dentro i nostri occhi tristi e felici, l'unica retorica possibile. Vivere insieme, Carla, come noi abbiamo scelto, ierofanici, ossidionali, ineffabili, ha voluto significare anche cogliere il senso del ridicolo di tutti e due, da soli e insieme, e ammirare, con forza e perseveranza straordinarie, quel senso del ridicolo che scappa via dalle gonne e dai pantaloni, come la vipera che vedemmo a Maratea sotto brutti fuochi d'artificio. Estenuati dalle nostre stesse, infinite parole, fluttuati nei rigurgiti rumorosi della noia e delle noie reciproche, eppure estaticamente assuefatti a quell'idea di unicità, di insostituibilità che non ci ha reso unici, dal momento che nessuno è unico, ma insostituibili sì.
Ecco, questo siamo stati, insostituibili.
L'amore è l'insostituibilità.

Paolo Sorrentino, Hanno tutti ragione


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Illusioni d'amore. Teorema.

2 febbraio 2010

…grazie a Lui, il romantico illuso, ho scoperto cosa sono le illusioni d'amore. Non si tratta di quelle storie dove uno ci resta male e l'altro continua ad amare.

Ma si tratta di meccanismi che sembrano d'amore ma in realtà sono ben distanti. E a soffrire è sempre uno, non perché si sente tradito come quando accade se un amore finisce, ma perché credeva fosse amore e si aspettava di ricevere, e non poteva accorgersi che era solo un gioco, perché diamine i risultati sono comunque cosi vicini all'amore….

Allora partiamo dal presupposto che c'è un lui e c'è una lei, anche se in fondo potrebbe esserci un lui e un lui… o una lei e una lei.


Illusione d'amore:

Io ti innamoro.

Ma Tu non ti innamori di me.

In una storia d'amore: Io ti innamoro. Tu ti innamori.

Se reciproca poi: Io mi innamoro. Tu mi innamori.

L'amore vero è complicità.

E magia tutti e due senza pretesa sono amati.

Con te invece Io non voglio essere amata. Perché non ho la fiducia che si acquista con le esperienze condivise.

Non credo a nessuno che dice di amarmi. (Credo che mi possa amare solo una persona che riesca a starmi per un po' vicina).

E Tu non vuoi amare.

Quindi resta che io ti innamoro, e io mi innamoro…

A che serve solo questo?


Beh serve: A me piace fare innamorare. Narcisa. Io mi innamoro, ma di me.

A te piace sentirti nello stato di innamorato.

E in conclusione siamo in armonia in questa illusione l'un per l'altro. Ecco perché ci piace tanto l'effetto che ci facciamo. Perché io da catalizzatore di emozione ti soddisfo, e da osservatrice mi soddisfo.

Ma ora basta... La mia forza? Il passato.

E io non mi innamoro più di te.

Vale, su http://blogs.myspace.com/valentina_sinestesia
17 febbraio 2008

I nostri occhi sono riusciti a capire

4 novembre 2009

Il tempo, a volte, sembra che non passi, è come una rondine che fa il nido sulla grondaia, esce ed entra, va e viene, ma sempre sotto i nostri occhi, potremo pensare, noi e lei, di potercene rimanere così per l'eternità, o almeno per mezza eternità, che già non sarebbe male. Ma, d'improvviso, c'era e non c'è più, l'ho vista proprio ora, dov'è andata a finire, e se abbiamo a portata di mano uno specchio, Gesù com'è passato il tempo, come sono invecchiato, ancora ieri ero il fiore del rione, e oggi niente più rione né fiore. Baltasar non ha specchi, se non questi nostri occhi che lo guardano scendere per la strada fangosa verso il paese e son loro che dicono, Hai la barba piena di peli bianchi, Baltasar, hai la fronte carica di rughe, Baltasar, hai il collo raggrinzito, Baltasar, già ti si curvano le spalle, Baltasar, non sembri più neache lo stesso uomo, Baltasar, ma questo è certamente difetto degli occhi che usiamo, perché proprio ora si fa avanti una donna e dove noi vedevamo un uomo vecchio, lei vede un uomo giovane, il soldato a cui domandò un giorno, Come ti chiami, o forse non vede neanche quello, ma quest'uomo che sta scendendo, sporco, coi capelli bianchi e monco, Sette-Soli di soprannome, se una tale stanchezza se lo merita, ma è un costante sole per questa donna, non perché brilli sempre, ma perché esiste tanto, nascosto da nuvole, soffocato da eclissi, ma vivo, Santo Dio, e gli apre le braccia, chi, le apre lui a lei, le apre lei a lui, tutti e due, sono lo scandalo di Mafra, stringersi l'uno all'altra così in pubblico, e con l'età che hanno, sarà forse perché non hanno mai avuto figli, forse perché si vedono più giovani di quel che sono, poveri ciechi, o magari sono proprio loro gli unici esseri umani che, come sono si vedono, è questo il modo più difficile di vedere, ora che sono insieme perfino i nostri occhi sono riusciti a capire che sono diventati belli.
José Saramago, Memoriale del convento

Fifteen blows to the back of your head / fifteen blows to your mind

2 aprile 2009
Dio mio! un intero attimo di beatitudine! è forse poco, sia pure per tutta la vita di un uomo?
Fedor Dostoevskij, Le notti bianche

Something's gonna happen

23 giugno 2008
Certi accadimenti mi colgono (mi hanno colto, sicuramente mi coglieranno) senza alcun preavviso, come un temporale estivo. Benché l'imponderabilità del caso affidi alla sorpresa il suo massimo effetto di meraviglia o atterrimento, tanto da sembrare assolutamente preponderante agli occhi del fatalista medio, poco interessato o poco capace di incidere nei tessuti della propria vita, a ben vedere in ogni situazione la fatalità non risulta mai totalmente distinguibile dall'aspetto processuale della costruzione consapevole della propria esistenza. "Homo faber ipsius fortunae", dicevano gli antichi secoli fa: e il tempo non ha sottratto un'oncia di verità a questo assunto. Ecco allora che scegliere un amico al posto di un altro, una professione (nella misura in cui questo sia possibile) piuttosto che un'altra, un amore piuttosto che un altro, sciegliersi una strada, insomma, tra le molte possibili, significa investire capitali intellettuali, emozionali e pure economici su una prospettiva che si vuole contraddistingua la propria vita, o quanto meno il proprio personalissimo modo di viverla.

Piove, insomma, pure d'estate; ma posso decidere se bagnarmi o rimanere chiuso in macchina, al sicuro da fulmini e gocce impertinenti. Non è detto che restando all'asciutto possa capire più cose di quante potrei immaginarne sotto la pioggia, inzuppandomi da capo a piedi. Il sonno della ragione genera mostri; quello dell'anima pure.

Ma potrei sbagliare. In fondo il bello è questo.


Gregory Crewdson, Beneath the roses

Draw another picture

3 giugno 2008


Shining room

19 aprile 2008

well i've been here before
sat on the floor in a grey grey room
where i stay in all day
i don't eat, but i play with this grey grey food
desole, if someone is prayin' then i might break out,
desole, even if i scream i can't scream that loud
i'm all alone again
crawling back home again
stuck by the phone again
well i've been here before
sat on a floor in a grey grey mood
where i stay up all night
and all that i write is a grey grey tune
so pray for me child, just for a while
that i might break out, yeah
pray for me child
even a smile would do for now
'cause i'm all alone again
crawling back home again
stuck by the phone again...
have i still got you to be my open door?
have i still got you to be my sandy shore?
have i still got you to cross my bridge in this storm?
have i still got you to keep me warm?
if i squeeze my grape, then i drink my wine
'cause if i squeeze my grape, then i drink my wine
oh cause nothing is lost,
it's just frozen in frost,
and it's opening time, there's no-one in line
but i've still got me to be your [her/an] open door,
i've still got me to be your [her/a] sandy shore
i've still got me to cross your [a] bridge in this storm
and i've still got me to keep you [me/her] warm
warmer than warm, yeah...

Damine Rice, Grey room

Map of the problematique

5 marzo 2008


A tutte le mie rose

10 gennaio 2008

Rosa che rosa non sei

Rosa che spine non hai

Rosa che spine non temi

Che piangi e che tremi

Che vivi e che sa

Rosa che non mi appartieni

Che sfiori e che vieni

Che vieni e che vai

Rosa che rose non vuoi

Rosa che sonno non hai

Rosa di tutta la notte

Che tutta la notte

Non basterà mai

Rosa che non mi convieni

Che prendi e che tieni

Che prendi e che dai

Rosa che dormi al mattino

E venirti vicino non oso

Rosa che insegni il cammino

Alla sposa e allo sposo

Rosa d'amore padrona

Punisci e perdona

Non chiuderti mai

Rosa d'amore signora

Digiuna e divora

Non perdermi mai

Francesco De Gregori, Rosa rosae

Baci da Palermo, a tutte le mie rose.

In attesa

19 novembre 2007

Si è alzato, si è coperto con la vestaglia di tessuto pesante, invernale, che sempre distende sopra le coperte del letto, ed è andato ad aprire la finestra. La nebbia era scomparsa, non si crede che tanti luccichii vi fossero rimasti nascosti, le luci sul pendio, le altre sull’altra sponda, gialle e bianche, proiettate sull’acqua come tremolanti lumi. C’è un freddo più intenso. Raimundo Silva ha pensato, come Pessoa, Se fumassi, adesso accenderei una sigaretta, guardando il fiume, pensando come tutto è vago e vario, così, non fumando penserò soltanto che tutto è vario e vago, veramente, ma senza sigaretta, anche se la sigaretta, se la fumassi, esprimerebbe di per sé la varietà e la vaghezza delle cose, come il fumo, se io fumassi. Il revisore si trattiene alla finestra, nessuno lo chiamerà, Vieni dentro, guarda che ti raffreddi, e lui tenta di immaginare che lo chiamino dolcemente, ma rimane ancora un minuto a pensare, vago lui, e vario, e finalmente, come se di nuovo lo avessero chiamato, Vieni dentro, per favore, accondiscende a chiudere la finestra e torna a letto, si corica sulla destra, in attesa. Del sonno.

Ogni assedio consta sempre di un’attesa. È un esercizio di pazienza, un ottovolante di euforia e di disperazione per le parti schierate. La breccia nelle merlature dei bastioni è tale quale quella nei cuori delle persone. L’amore è la fine dell’assedio.

Io sto assediando.

Io sono assediato su ogni fronte.

Sono moro e crociato insieme.

Le porte della città sono sbarrate, ma prima o poi cadranno. L’assedio dura ormai da tanto tempo. La fame morde dentro e fuori il perimetro delle mura, in barba al principio di buon senso per cui chi sta fuori dovrebbe facilmente trovare il pane di cui nutrirsi. Non è così: anche gli assedianti soffrono. Solo che non lo sanno. Perché non tutti i pani sono fatti di grano.

Sarà distruzione.

Sarà gioia per i crociati.

Disperazione per i mori.

O viceversa, fa lo stesso.

La grande prova di saggezza è tener presente che anche i sentimenti devono saper amministrare il tempo.

José Saramago, Storia dell'assedio di Lisbona

Cosa significa amare

21 settembre 2005
Mi piaci, credo di amarti, Anche tu mi piaci, e anch’io credo di amarti, ecco perché ieri ti ho baciato, no, non è bello così, non ti avrei baciato se non avessi sentito che ti amavo, ma posso amarti molto di più, Di me non sai nulla, Se per amare una persona si dovesse aspettare di conoscerla, la vita intera non basterebbe, Tu non credi che due esseri possano conoscersi, E tu, ci credi, È a te che lo domando, Prima di tutto dimmi cosa significa conoscere, Non ho un dizionario, In questo caso, ricorrere al dizionario significa sapere ciò che già si sapeva, I dizionari dicono solo quello che può servire a tutti, Ripeto la domanda, cosa significa conoscere, Non lo so,
Eppure puoi amare,
Sì,
Senza conoscermi,
A quanto pare.
José Saramago, La zattera di pietra